I domenica di Quaresima 2026 (Sposi e Fidanzati)
(Gen 2,7-9;3,1-7; Sal 51; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11)
Basilica di San Zeno Maggiore in Verona, domenica 22 febbraio 2026
“Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici”. Per dare un volto al tentatore che nel racconto delle origini e poi nella pagina evangelica mette l’uomo alla prova non è necessario rifarsi al suo aspetto esteriore: un serpente, una “scimmia” (come lo definisce Lutero, parlando di “simia Dei” perché gli fa il verso!) o chissà cosa. Basterà cogliere nel suo tono ammiccante che la tentazione non è mai esplicita, ma solo sussurrata. Oggi una tentazione ricorrente è la pubblicità di ultima generazione che sequestra grazie al calcolo degli algoritmi e fornisce surrettiziamente i bisogni da soddisfare e… i prodotti da acquistare. La tentazione è seria e pone di fronte ad una scelta da cui dipende la nostra autenticità. Nessuno è immune dalle tentazioni, neanche Gesù.
La prima tentazione è quella di perdere l’umanità. Si capisce dalle parole sferzanti del diavolo: “Di’ che queste pietre diventino pane”. Il contrario dell’umanità è la presunzione di chi con ‘la bacchetta magica’ vorrebbe trasformare la realtà. Si cede alla tentazione di non essere più umani quando ci si affida al miracolismo. Mentre, come replica il Maestro: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, per dire che la vera fame da sfamare è quella del senso e del desiderio di vita. Noi non accettiamo il limite e dimentichiamo che solo il limite custodisce il desiderio, lo salva dallo spegnersi. Perché se potessimo avere tutto, subito, senza attesa, senza rinuncia, cosa resterebbe del desiderio? L’amore si perderebbe.
La seconda tentazione è quella di censurare la mortalità. Il diavolo è seducente: “Gèttati giù”. Questa tentazione è molto diffusa tra giovani e meno giovani che si espongono a pericoli gratuiti per un po’ di adrenalina o si consumano nelle droghe, gettandosi da un precipizio per sfidare il destino. Si perde il senso della mortalità quando non si avverte più il limite. Mentre Gesù replica: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. È la tentazione di mettere alla prova. Di verificare. Di dire: se mi ami davvero, dimostralo. Fammi vedere che ci sei. Rispondimi come voglio io, quando voglio io. Conosciamo bene questa dinamica. Succede nelle relazioni: invece di fidarci, testiamo. Invece di credere alla parola dell’altro, pretendiamo prove. “Se mi amassi, lo capiresti da solo”; “se ci tenessi, non avresti bisogno che te lo dica”. Sono piccoli ultimatum, richieste mascherate, tentativi di stanare l’altro per sentirci più sicuri. Ma ogni volta che mettiamo alla prova, erodiamo la fiducia che volevamo verificare.
La terza tentazione è quella di ignorare la divinità. Il diavolo è spregiudicato: “Se… mi adorerai”. Il contrario di Dio non è l’incredulità, ma è l’idolatria, cioè la sostituzione di Dio con altro che acquista valore assoluto: il denaro, il potere e il successo. Il rischio è di assuefarsi alla tentazione di una mentalità idolatra che rifiuta Dio, salvo consegnarsi mani e piedi a nuovi “dei” o ai nuovi “miti”. La conversione che ci chiede questa Quaresima è qui: smettere di testare, cominciare a credere. Uscire dalla postura del sospetto e rischiare quella della fiducia. Non è ingenuità: è la forma dell’amore adulto. “La miglior difesa di Dio e dell’uomo consiste proprio nell’amore” (Deus Caritas est, 31).
