I domenica di Quaresima 2026 (Pastorale universitaria)
(Gen 2,7-9.3,1-7; Sal 51; Rm 5,12-19; Mt 4,1-11)
Chiesa di San Fermo Maggiore in Verona, sabato 21 febbraio 2026
“Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato”. Il racconto della Genesi parla di un giardino. Dio ha piantato ogni sorta di alberi “graditi alla vista e buoni da mangiare”. Ha dato tutto – tutto – tranne una cosa. E noi, come sempre, ci concentriamo sul divieto. Fissiamo l’unico albero proibito e dimentichiamo il giardino intero. Ma il limite non è una punizione. È ciò che custodisce il desiderio, lo salva dallo spegnersi. Se potessimo avere tutto, subito, senza attesa, senza rinuncia, cosa resterebbe del desiderio? Si consumerebbe. Ed ecco il serpente. Cosa fa? Non nega le parole di Dio: le deforma. Insinua che dietro quel limite ci sia un secondo fine, una gelosia, una trappola: «Dio sa che diventereste come lui. Per questo vi ha proibito quell’albero». È la logica della diffidenza. Non il sospetto sano verso il potere che ferisce – quello è necessario, quello ci ha permesso di smascherare gli abusi e chiedere giustizia –, ma la diffidenza come postura esistenziale, come modo di stare al mondo: tutti mentono, tutto è strategia, nessuno è davvero quello che dice di essere. Questa cultura avvelena. Avvelena la politica, avvelena le relazioni, avvelena la Chiesa stessa. E avvelena i giovani, che crescono in un mondo dove il cinismo sembra l’unica forma di intelligenza. Qui a San Fermo siate chiamati a sostituire al sospetto la fiducia.
“Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”. Le tentazioni che Gesù affronta sono tutte tentazioni di controllo. Hai fame? Trasforma le pietre in pane. Credi nelle promesse di Dio? Mettilo alla prova. Vuoi cambiare il mondo? Prendi il potere su tutti i regni, dominali. Il controllo totale: sulle cose, su Dio, sugli altri. Gesù dice no! E ogni volta risponde: “Sta scritto”. Non si difende con le sue forze, non argomenta, non contrattacca. Si affida a una Parola che non è sua, che viene prima di Lui, che lo precede e lo sostiene. È il contrario esatto del controllo: è fiducia. Fiducia in una tradizione viva che non possiedi, ma che ti porta. In questo contesto, cosa significa essere Chiesa in università? Io credo che significhi fare della propria cultura uno spazio di ospitalità da cui si riceve ciò che si cerca. Non un fortino da difendere, non un patrimonio da esibire, ma uno spazio aperto e poroso. Ospitalità delle differenze, dei percorsi, delle domande che non hanno ancora risposta. Ospitalità dei sogni, anche di quelli che sembrano ingenui. Ospitalità delle memorie, perché senza radici non c’è futuro. L’università è il luogo dove i saperi si intrecciano: teologia, filosofia, scienza, arte, diritto, medicina. Guai a noi se pensiamo di avere risposte semplici a domande complesse. Guai a noi se riduciamo il Vangelo a uno slogan, la fede a un’ideologia, la Chiesa a una parte in causa. Una cosa è certa: il discorso cristiano si deve sempre riformulare. E questo non si fa in laboratorio, al riparo dal mondo. Si fa lasciandosi provocare dalla cultura, accettando che ci metta in discussione su quello che pensiamo di credere e su quello che crediamo di possedere. Cari don Pietro e don Riccardo, il vostro compito qui, insieme a don Paolo che sta a San Paolo? Custodire e coltivare il desiderio di vita. Quello dei giovani che incontrerete, ma anche il vostro. Quel desiderio che il cinismo vorrebbe spegnere, che il mercato vorrebbe comprare, che la diffidenza vorrebbe avvelenare. Buon cammino.
