Venerdì della V settimana per annum (Anniversario mons. Adriano Vincenzi)
(1 Re 11,29-32;12,19; Sal 80; Mc 7,31-37)
Chiesa di San Zeno alla Zai in Verona, venerdì 13 febbraio 2026
“Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano”. Non riesce a parlare correttamente quest’uomo perché ancor prima è sordo. Di lui non si dice il nome. Forse per suggerire che è un simbolo dell’umanità sorda e incapace di comunicare. Il paradosso oggi semmai è quello di una tecnologia che moltiplica i contatti e pure le folle di solitudini. Contemplando per un attimo la scena evangelica ci è dato di comprendere come Gesù fa saltare il “tappo” che chiude l’uomo in sé stesso, rendendolo impaurito della vita e incapace di vivere relazioni sane. Esattamente come accade a molti nostri adolescenti o adulti.
“Lo prese in disparte, lontano dalla folla…”. Gesù compie una serie di gesti che lasciano sconcertati. Gli ficca le dita nelle orecchie e accosta la sua lingua alle labbra dell’altro perché dalla saliva si pensava si trasmettesse lo spirito della vita. Questa attenzione al singolo e insieme questa contaminazione perfino irritante non è senza conseguenze per noi. Ci dice la priorità dell’incontro a tu per tu, che serve a restituire all’altro la parola e l’ascolto della realtà. La fede educa all’ascolto e ci fa esercitare nell’attenzione verso quel che non siamo noi. Tutto questo accade non semplicemente all’interno, ma mettendo in relazione il ‘dentro’ e il ‘fuori’ di ciascuno. Per questo dobbiamo smetterla di continuare a contrapporre il corpo e lo spirito, l’emotività e l’intelligenza, la terra e il cielo. Perché, in realtà, l’esperienza di chi crede riconcilia queste due dimensioni che sono divise, suscitando o persone appiattite o evasive.
Infine, l’imperativo categorico: “Effatà, cioè: Apriti!”, non senza aver levato lo sguardo in alto e aver espresso nel sospiro l’apertura al mistero di Dio, senza il quale l’uomo rimane intrappolato in sé stesso. Solo la fede, infatti, fa saltare il “tappo” che ci tiene reclusi in noi stessi, chiusi nel nostro loculo informatico, piegati alle nostre paure ataviche. La fede nasce dall’ascolto. Non basta vedere e neanche toccare, occorre essere visti ed essere toccati per vivere in pienezza. Solo allora si riaprono i padiglioni auricolari e finalmente si riprende a parlare correttamente in modo da stabilire una comunicazione fluida. Il miracolo della comunicazione non è mai una questione tecnica semplicemente, ma sempre spirituale perché suppone che i nostri canali che ci aprono verso l’esterno non siano più intasati ed occlusi, ma aperti e scorrevoli. Tutto questo accade se come nel caso del sordomuto ci è dato di incontrare qualcuno che ci “stura” le orecchie, ce le apre con la concretezza della sua vicinanza e del suo amore. Esattamente come ha fatto Gesù quel giorno. I cristiani, come quei tali che portano il sordomuto a Gesù, continuano a condurre al Vangelo quanti sono sordi e muti, restituendoli ad una vita piena di colori e di sapori. Così ha fatto don Adriano, al quale ben si applicano le parole di S. Weil: “Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio”.
