Santuario Madonna di Lourdes in Verona, mercoledì 11 febbraio 2026 (XXXIV Giornata Mondiale del Malato)
(Lc 10,25-37)
“E chi è mio prossimo?”. È attorno a questa domanda che ruota l’intera parabola di Gesù: più che un racconto edificante è un lampo di genio intorno a chi è Dio. Il primo personaggio del celebre racconto è un uomo, cioè il malcapitato di turno che si ritrova, suo malgrado, strattonato e derubato dai briganti di turno. Non ha un nome. Dunque, è il simbolo di tutti noi. Poi ci sono un sacerdote e un levita che passano per quella medesima strada. Si accorgono, ma tirano diritto. Più che insensibili, più che paurosi di non contaminarsi, i due non accettano… l’imprevisto. Di più, non riescono a misurarsi con l’imprevisto. Vorrebbero tutto programmare, ordinare, pianificare, ma la vita è piena di imprevisti. Quello che perde la testa, il bambino down, la perdita del lavoro, l’incidente. E non è sempre possibile prevedere tutto. Scrive papa Leone XIV: “Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano”.
Finalmente c’è il personaggio principale: addirittura un samaritano. Cioè un eretico, uno straniero, un nemico! Eppure proprio da chi meno te l’aspetti viene la reazione più concreta e risolutiva. Perché? Accade che “ne ebbe compassione”. La carità non comincia con il fare, ma con questa pietas che ci piega in due e ci costringe a muoverci verso chi ha bisogno. Oggi sembra che la pietà sia morta! Al suo posto c’è soltanto il nostro Ego che viene prima di tutto. Risultato? La morte del prossimo! Per fortuna, uno che è lontano, distante, ‘contro’ si muove e non si limita ad avvicinarsi. Da chi non t’aspetteresti viene l’aiuto che mai avresti immaginato!
C’è, infine, un ultimo personaggio: l’albergatore che rappresenta la struttura sociale senza la quale la carità interpersonale rischia di rimanere generosa, ma insufficiente. Nel suo Messaggio Leone XIV scrive: “Io stesso ho constatato nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore”. E aggiunge che “questa esperienza… supera il mero impegno individuale” e diventa una vera e propria “azione ecclesiale”. Tanti cristiani (san Giovanni Calabria) hanno dato origine ad una azione coraggiosa e competente in soccorso del dolore umano. Cent’anni fa la scrittrice Virginia Woolf, durante un periodo di convalescenza, raccolse le sue riflessioni in un saggio dal titolo esplicito Sulla malattia. La mente è il campo di interesse primario degli scrittori. Per contro “il corpo è una lastra di vetro liscio attraverso la quale l’anima si affaccia diretta e chiara […]. Le grandi guerre che il corpo combatte nella solitudine della camera da letto, con la mente resa schiava, contro l’assalto della febbre o l’arrivo della malinconia, vengono completamente trascurate”. Per questo c’è bisogno del buon Samaritano, che non si interroga più su chi sia il suo prossimo, ma lui stesso si fa prossimo del malcapitato di turno.
