Martedì 3 febbraio

Il contatto dimostra che esserci viene prima di qualsiasi fare

San Biagio a Bovolone e Casaleone

Martedì della IV del Tempo Ordinario (S. Biagio)
(2Sam 18,9-10.14b.21a.24-25a.30-32; 19,1-3; Sl 85; Mc 5,21-43)
Bovolone e Casaleone, martedì 3 febbraio 2026

La figlioletta di Giairo”, cioè della paternità. Non si dice come si chiamasse, ma la si presenta solo come la “figlioletta”, unica, di un uomo importante. Insomma, tutto il suo orgoglio! Forse quella ragazza può aver subito il peso delle troppe attese e premure che quel padre nutriva nei suoi confronti? Di sicuro il suo grave stato di salute spinge a ricercarne le cause all’interno del suo habitat familiare. Di qui l’esigenza di interrogarci sul legame tra le diverse generazioni perché la vita, come del resto la fede, si trasmette grazie ad esse e non fuori di esse. Questo oggi significa una riscoperta della paternità, in assenza della quale avanza una generazione di eterni “Peter Pan”, che dei figli più che la cura rappresentano il problema, quando, non addirittura, il dramma. Senza un “cuore di padre” è difficile affrontare questo tempo orfano di vita, di legami, di speranza. Il padre che ci serve, però, non è un “super-eroe”, né un essere privo di difetti. Il padre che ci serve è silenzioso, ma presente; discreto, ma pervasivo. È un padre che attende, abbraccia, dimentica, che sa affrontare il conflitto senza crearlo ad arte, sa attraversarlo senza incentivarlo. Ci serve un padre che sia testimone dell’interiorità e insieme compassionevole, cioè uno che mette a disposizione quello che ha “visto” e “toccato”, con vicinanza e distanza, al tempo stesso.

Prese la mano della bambina”, cioè del con-tatto. Il Maestro, saputo della morte della fanciulla, si dirige verso la casa del capo della sinagoga. Con lui ci sono anche Pietro, Giacomo e Giovanni. Quando arriva intorno a sé ci sono solo grida e lamentazioni. Ma Gesù non si lascia condizionare dall’atmosfera cupa e rassegnata. Sorvola, perfino, sull’ironia e sul disprezzo che lo circondano e tira diritto verso la stanza della figlia. Ha cura prima di allontanare tutti quelli che sono ad affollare la casa, ad eccezione del padre e della madre. Poi si avvicina e prende per mano la ragazza immobile ed esangue. E così il miracolo accade. Che strano! L’arto, che non sa trattenere dentro di sé neppure l’acqua, è il segno di ciò che ci trattiene e di ciò che ci plasma a nuova vita. Così Gesù stesso afferma la fede nella resurrezione. Non solo. Ciò che non è toccato non può essere salvato. Perché toccare è essere toccati al tempo stesso. Non si può toccare l’altro senza riverberarne qualcosa. Ciò significa che è meglio il con-tatto coi giovani che non il giudizio su di essi; è preferibile stare vicino agli anziani piuttosto che discutere di allungamento della vecchiaia; è più importante coinvolgersi personalmente che starsene a debita distanza. Il con-tatto, insomma, dimostra che esserci viene prima di qualsiasi fare.

E subito la fanciulla si alzò e camminava”, cioè dei piccoli passi. Subito. Gesù è terapeuticamente efficace. E la ragazza si mette in piedi e comincia a camminare. Perché la fede non è mai una conoscenza fine a sé stessa, ma è sempre una energia vitale che rimette in movimento e fa stare diritti sulle proprie gambe.

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