Albaro, venerdì 2 gennaio 2026 (esequie d. Igino Angero)
(1 Gv 2,22-28; Sal 98; Gv 1,19-28)
“Io non sono il Cristo”. Per ben tre volte il Battista – e non certo per mancanza di autostima – si definisce in negativo. Chiarisce così che non è il Messia e, tuttavia, si rapporta a Cristo con chiarezza perché sa che Lui lo segue e lo precede. Così questo uomo rude e pratico mostra dove passa la gioia, pur in mezzo alle avversità. La prima strada è l’accettazione del posto che ci è dato, dei compiti assegnatici, senza fuggire nel regno della depressione o della presunzione. Al tempo stesso la strada della gioia ha a che fare con la relazione aperta ad altro, rispetto a sé stesso. Il Battista non si concepisce come fosse il centro o l’ombelico, ma parte di un processo, cioè di una storia molto più grande, che va vissuta sentendosi parte di uno sviluppo che non comincia e non finisce con noi. Don Igino è stato un prete così nelle diverse sue esperienze pastorali, in primis in quella allo Spirito Santo. Se la costruzione della chiesa fu la sua azione più impegnativa, la tessitura della comunità in carne ed ossa avvenne sempre tramite rapporti personali costruiti con grande sapienza e vicinanza. In ogni contesto don Igino è stato un pastore semplice e diretto che con la sua voce tuonante si è fatto vicino e ha stabilito con chiunque una relazione di qualità.
“In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”. Il Battista è davvero un profeta perché distoglie l’attenzione da sé, non crea alcuna confusione tra sé e il Messia. Che viene però presentato come “uno” di noi, cioè uno che va scoperto nella quotidianità ambigua e confusa della storia. Sarebbe bastato un nulla per essere scambiato per il Messia. Inutile pensarlo distante e lontano; inutile proiettarlo su una nuvola di incenso. Lui ti cammina accanto, anche senza che tu lo sappia. La sua potenza comincia a dispiegarsi così: standoci accanto discretamente. Questa avvertenza della compagnia di Gesù nella propria vita è stata la forza di un uomo che si è speso per gli altri sempre rigenerato e illuminato da questa forza interiore che era al tempo stesso discreta e pervasiva. Come nella celebre preghiera di Newman intitolata Luce gentile.
“Guidami tu, luce gentile, / attraverso il buio che mi circonda, / sii Tu a condurmi! / La notte è oscura e sono lontano da casa, / sii Tu a condurmi! / Sostieni i miei piedi vacillanti: / io non chiedo di vedere / ciò che mi attende all’orizzonte, / un passo solo mi sarà sufficiente. / Non mi sono mai sentito come mi sento ora, / né ho pregato che fossi Tu a condurmi. / Amavo scegliere e scrutare il mio cammino; / ma ora sii Tu a condurmi! / Amavo il giorno abbagliante, e malgrado la paura, / il mio cuore era schiavo dell’orgoglio; / non ricordare gli anni ormai passati. / Così a lungo la tua forza mi ha benedetto, / e certo mi condurrà ancora, / landa dopo landa, palude dopo palude, / oltre rupi e torrenti, finché la notte scemerà; / e con l’apparire del mattino / rivedrò il sorriso di quei volti angelici / che da tanto tempo amo / e per poco avevo perduto” (In mare, 16 giugno 1833).
