Domenica 1 febbraio

Le beatitudini rivelano chi è felice

Festa di San Giovanni Bosco nella chiesa di Santa Croce

IV domenica del Tempo Ordinario 2026
(Sof 2,3; 3,12-13; Sal 146; 1 Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a)
Chiesa di Santa Croce in Verona, domenica 1° febbraio 2026

Vedendo le folle, Gesù salì sul monte”. Sembra che il Maestro voglia allontanarsi dalla folla che lo assedia, ma è forse solo un modo di guardare le cose da un’altra posizione. Il suo scopo, infatti, non è quello di dominare, ma semplicemente di conversare. Per questo si mette a sedere. I discepoli, nel frattempo, si avvicinano e Gesù si mette a parlare. Non racconta una parabola, né risponde a delle domande. Semplicemente elenca 9 beatitudini.  Ma non si tratta di precetti. Le beatitudini non dicono “cosa fare”. Ma rivelano chi è “beato”, cioè chi è felice. Ma chi è felice? Felice proviene dalla lingua indoeuropea e nel suffisso “fe” dà origine ad altre parole, come fecondo, femmina, feto, figlio, tutte parole che dicono relazione alla vita, alla nutrizione, alla crescita, all’abbondanza. Chi è beato, dunque? Chi, soprattutto, è felice? Chi fa nascere e non morire, chi è fertile e non sterile, chi porta frutto e, soprattutto, chi sprizza gioia. Forse per questa ragione don Bosco ai suoi ragazzi diceva sempre: “Desidero vedervi felici nel tempo e nell’eternità”.

E pensare che nella Torino che cambiava pelle nell’Ottocento, diventando la prima città industriale d’Italia, l’atmosfera era pesante e l’educazione, con buona pace del libro Cuore, era tutt’altro che un’avventura coinvolgente. Vi regnavano severità, durezza, paura. Una visione che gettava un’ombra di sospetto verso ogni forma di piacere, di gioia e di festa. Don Bosco non punta a questo perché per lui quel che conta è: “State molto allegri!”. E puntualmente a chiunque incontrasse la prima cosa era chiedere: “Sei contento?”. Chissà se don Bosco aveva intuito quella che sarebbe stata “l’epoca delle passioni tristi”. Era il 2003 quando uscì questo libro che indagava sul moltiplicarsi dei disturbi psicologici nei giovani e giovanissimi europei e di tutto il mondo. M. Benasayag e G. Schmit prendevano spunto dal filosofo Spinoza che definiva “passioni tristi” il cinismo, la rassegnazione, il disincanto e il nichilismo e si chiedevano: “Che fine ha fatto il futuro?”.

Don Bosco il futuro non l’ha mai perso di vista e il suo metodo puntava proprio a prepararlo con decisione, valorizzando tre possibilità. La prima è la fiducia nella vittoria del bene: “In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene, e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore, e di trarne profitto”. La seconda è cogliere il positivo e rifiutare di lamentarsi sul proprio tempo, ritenere ciò che è buono, specie se gradito ai giovani e alla gente. La terza è puntare sulle gioie quotidiane: occorre un paziente sforzo di educazione per imparare, o imparare nuovamente a gustare con semplicità le molteplici gioie umane che il Creatore mette ogni giorno sul nostro cammino. Siamo qui in questa comunità cristiana che non ha smesso di credere nel metodo preventivo di don Bosco che abbiamo meglio compreso è quello che prepara ed apre al futuro che non ha fatto una brutta fine, ma qui come altrove lo si costruisce con gioia tutti i giorni.

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