Prima della demolizione della chiesa di Nogara
(Gv 20,1-2.11-18)
Nogara, domenica 1° febbraio 2026
“Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Maria di Magdala resta smarrita di fronte alla pietra ribaltata dal sepolcro e corre, come mossa dal timore che sia successo qualcosa di irrimediabile. Teme di non poter vedere e toccare il corpo del suo Signore, teme di aver perso ogni punto di riferimento visibile della persona cara. Anche noi siamo smarriti di fronte alla demolizione della chiesa parrocchiale. Anche se non è stata una scelta a cuor leggero, ma la conclusione di una situazione insostenibile. Dobbiamo dunque essere certi che dal cantiere che si apre in questi giorni nascerà un’altra possibilità per la comunità. Il fatto è che abbiamo smarrito una verità elementare e cioè che l’uomo non è qualcosa di ‘bell’e fatto’, il ‘bell’e fatto’ è incompatibile con l’amore e con la libertà. L’uomo è sempre ‘incompiuto’, è un cantiere aperto, ‘pieno di promessa’, mentre noi ci siamo fatti avvelenare dall’idea che tutto è già fatto, predisposto, pianificato. Di qui la perdita d’innovazione e la ripetizione stanca dell’identico. La Pasqua irrompe per assicurarci che vivere è “abitare nella possibilità”. La qual cosa non dipende dalle sole nostre forze.
“Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Anche se ancora non Lo riconosce e Lo scambia per il giardiniere, Maria Maddalena sente in questa domanda non un rimprovero, ma l’invito ad andare più a fondo. Il credente non è uno che pensa ‘positivo’, ma uno che sa vedere e amare le cose create non chiuse in sé stesse, come puri oggetti. Sa com-prendere che è cosa diversa dal semplice prendere. Anche noi di fronte alla vita che cambia (e Nogara è cambiata profondamente rispetto ai primi anni Sessanta!) non stiamo immobili, ma cerchiamo di immaginare qualcosa d’altro. Di qui il progetto per una nuova chiesa. Perché sia finalmente ‘sostenibile’; perché sia ‘eco-sostenibile’, cioè meglio integrata nei suoi spazi tra l’interno dell’aula liturgica e l’esterno della piazza; e, infine, perché sia ‘sobria’, adatta ad accogliere una comunità raccolta attorno alla Parola e all’Eucaristia.
“Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!»”. Basta sentirsi chiamata per nome che Maria si sente finalmente al cospetto del Signore. Sentirsi chiamati per nome è appartenere alla Chiesa, dove è Dio che ci convoca e ci sfama. Questo vuol essere la chiesa di mattoni. Non semplicemente uno spazio da abitare, ma ancor prima la serie dei volti che la compongono, richiamati dalla voce inconfondibile di Dio, simboleggiata nel campanile che verrà innalzato accanto ad essa. L’augurio è che il tempo che ci aspetta da qui alla fine del 2028 sia per tutti l’occasione per rinnovare la comunità di Nogara, per concentrarsi sul servizio alla vita e alla gioia di cui il Vangelo ci rende testimoni. Ciò che oggi si è fatto raro nel mondo sono la fiducia e la speranza. In parallelo alla chiesa nuova vogliamo realizzare una comunità nuova che insieme “cammina”, “costruisce”, “confessa” la sua fede in Gesù Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.
