Sabato 31 gennaio

L’ecologia integrale, la cultura dell’incontro e il peso della speranza

Convegno su Alex Langer all'Università di Verona

Langer, Francesco e la speranza che seduce
Tre percorsi di riflessione
Polo Zanotto dell’Università di Verona, sabato 31 gennaio 2026

1. L’ecologia integrale: rendere desiderabile ciò che è giusto

L’eredità più viva di Alexander Langer sta nella sua capacità di pensare insieme ciò che il pensiero moderno aveva separato: la cura del creato, la giustizia sociale, la pace tra i popoli. Non si tratta di tre cause affiancate, ma di un’unica conversione che tocca simultaneamente il rapporto con la terra, con gli altri, con il futuro. Quando scriveva che “il nostro modello di vita attuale — dai consumi agli armamenti, dalla competizione produttiva a quella intellettuale — impone un altissimo livello di conflitti e di violenza”, Langer anticipava di trent’anni il cuore della Laudato si’: la denuncia del paradigma tecnocratico come radice comune della crisi ambientale e della crisi sociale.

Ma l’intuizione più originale di Langer — e forse la più attuale — riguarda la desiderabilità della conversione ecologica. La sua domanda era precisa: “Come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?”. E sapeva che né la paura né il cinismo avrebbero prodotto trasformazioni reali. “La paura non basta”, scriveva, “né quella della guerra né quella della catastrofe ecologica: sarebbe cattiva consigliera”. Ma anche l’utopia astratta non basta: “Rischia di essere buona solo per le occasioni solenni, per le invocazioni liriche”.

Qui sta il punto decisivo. La paura accumula informazioni sul disastro imminente, il cinismo le nega o le relativizza — ma in entrambi i casi tutto resta sul piano del dato intellettuale che non trasforma le vite. Si può sapere tutto sulla crisi climatica e continuare a vivere esattamente come prima. Si può essere informati sui conflitti e sulla povertà globale senza che questo sapere diventi pratica. L’informazione raccolta o negata, accettata o rifiutata, rimane un fatto mentale che non tocca i corpi, le scelte, i modi di abitare il mondo.

Langer cercava altro: un lavoro culturale e sociale che facesse apparire la sobrietà non come rinuncia ma come liberazione, la convivenza non come fatica ma come ricchezza, la cura del creato non come sacrificio ma come appartenenza. “Se si vuole riconoscere e ancorare davvero la desiderabilità sociale di modi di vivere, di produrre, di consumare compatibili con l’ambiente”, scriveva, “bisognerà forse cominciare a immaginare un processo costituente, che non potrà avere, ovviamente, in primo luogo carattere giuridico, ma piuttosto culturale e sociale”. Una Costituente ecologica che sia anzitutto una conversione del desiderio.

Francesco ha raccolto questa intuizione facendone il perno della Laudato si’: non basta denunciare, occorre rendere attraente un’altra forma di vita. E ha aggiunto una nota decisiva: “Una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati non soltanto è più fragile, più controllabile, più egoista e iniqua. È anche molto più triste”. La tristezza — ecco il punto. Non si esce dalla crisi per paura della catastrofe, ma perché si intravede una vita meno triste, più piena, più connessa. “Tutto è connesso” non è solo un principio ecologico: è la promessa di un mondo in cui valga la pena vivere.

2. La cultura dell’incontro: il Vangelo che cammina

“Il primo ideale universale che riuscì a convincermi e a coinvolgermi fu quello cristiano”. Così Langer descriveva la sua formazione: Firenze, La Pira, Balducci e soprattutto don Milani e la Scuola di Barbiana, per la quale tradusse in tedesco Lettera a una professoressa. Da don Milani aveva imparato che un maestro non è chi trasmette un sapere, ma chi sta dalla parte degli ultimi e fa della scuola un laboratorio di libertà e di giustizia. Chi dà la parola e crea le condizioni perché la parola possa essere abitata dalla vita di chi la usa. Chi “non è neutrale: è ingiustizia fare parti uguali tra coloro che sono disuguali”. Chi si compromette nella storia altrui.

Questa radice spirituale non lo abbandonò mai, ma in Langer l’ispirazione evangelica non restava un principio astratto: camminava sulle strade della pace, della nonviolenza, della giustizia. Diventava scelta concreta, stile di vita, pratica quotidiana. “Rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo”, scriveva, “vivo come una delle mie maggiori ricchezze gli incontri che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontani da ogni esercizio di potere”.

Non andava nei salotti in cui era invitato nel nome di un ruolo. Preferiva “gli incontri non regalati in virtù di qualche posizione (essere figlio di…, frequentare la casa di…, ricoprire la carica di…) ma conquistati e costruiti, per così dire, in proprio”. E aggiungeva: “Non è meno gratificante coltivare amicizie e scambiarsi idee e affetto con chi non scriverà mai sui giornali né vi troverà mai stampato il proprio nome”. L’incontro vero accade fuori dai circuiti del potere e della visibilità.

Qui emerge un punto essenziale: l’importanza delle scelte personali. Per Langer, dare peso alle proprie scelte quotidiane è il contrario esatto della cultura della rassegnazione che ci ripete che qualunque cosa facciamo o diciamo non cambierà il corso delle cose. “L’obiezione di coscienza nei confronti di prodotti macchiati da troppo sangue, da troppa distruzione ambientale, da troppo sudore malpagato, da troppa infelicità di bambini derubati della loro infanzia”, scriveva, “è una scelta altrettanto valida e forte quanto quella nei confronti del servizio o delle spese militari”. Il piccolo potere del consumatore – “parola orrida, perché mette a nudo la dimensione vera del nostro ruolo assegnatoci dal sistema” – diventa spazio di libertà e responsabilità.

La Fratelli tutti riprende questa intuizione portandola alle sue conseguenze più radicali: l’incontro non può limitarsi ai “nostri”, deve includere chi ci ha fatto del male. “Ciò non si ottiene mettendo insieme solo i puri”, scrive Francesco, “perché persino le persone che possono essere criticate per i loro errori hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto”. È il capovolgimento della logica identitaria: non siamo definiti da chi escludiamo, ma da chi riusciamo a includere nel cerchio della conversazione.

Langer lo aveva sperimentato nel laboratorio del Sudtirolo, dove aveva capito che “un gruppo misto può essere la chiave per capire e affrontare i problemi: sperimentare la convivenza in piccolo”. Nel suo decalogo per la convivenza interetnica parlava di “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera” – e usava un’espressione provocatoria: servono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”. Traditori della logica del noi-contro-loro, ma fedeli alla giustizia e alla verità.

Come tenere insieme giustizia e misericordia? Non con una sintesi teorica, ma con una pratica: la testimonianza. “Non gridare non vuol dire rinunciare a spiegare e diffondere scelte solidali; serve per convincere, invece che mettere solo a verbale”. “Le scorciatoie sloganistiche aiutano a contarsi, non a cambiare persone e circostanze”. L’incontro con chi ci ha fatto del male non significa dimenticare l’ingiustizia, ma rifiutare che l’ingiustizia abbia l’ultima parola. La Chiesa ha forse capito questo: che la misericordia non è l’alternativa alla giustizia, ma la sua condizione di possibilità. Senza misericordia, la giustizia diventa vendetta; senza giustizia, la misericordia diventa complicità.

3. Il peso della speranza: da soli non si regge

“Forse è troppo arduo essere individualmente dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”. Queste parole di Langer, scritte poco prima della sua morte, toccano il punto più delicato e più doloroso della sua vicenda. Il 3 luglio 1995, a Pian dei Giullari, Alexander Langer si tolse la vita. Il suo biglietto d’addio si chiudeva con queste parole: “Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

Non possiamo spiegare quel gesto – la coscienza personale è imponderabile. Possiamo solo contemplarlo con rispetto e lasciare che ci interroghi. Ma proprio da qui può partire una riflessione sulla speranza che non sia retorica né consolatoria. Il dramma di Langer illumina una verità che spesso rimuoviamo: c’è un momento in cui ti senti impotente, in cui ti sembra di sperare in solitudine, in cui la distanza tra ciò che annunci e ciò che riesci a compiere diventa insostenibile. L’amarezza di chi ha dato tutto e vede che non basta. La stanchezza di chi ha costruito ponti e li vede crollare.

Langer aveva intuito con lucidità che “le responsabilità, come le speranze, vanno sempre condivise, altrimenti se ne esce schiacciati, inadempienti”. E aveva scritto: “Una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati non soltanto è più fragile, più controllabile, più egoista e iniqua. È anche molto più triste”. La speranza individuale è fragile, può spezzarsi. La speranza collettiva è più resistente, perché non dipende dalla tenuta di un singolo. Quando uno cade, gli altri lo sostengono; quando uno dubita, gli altri ricordano.

Ma ecco l’eredità che Langer ci lascia, proprio nel momento più buio: “Continuate in ciò che era giusto”. Non ciò che era utile, strategico, vincente. Giusto. È una consegna che non dipende dal successo. Non dice: continuate se funziona, se vedete risultati, se la storia vi dà ragione. Dice: continuate in ciò che era giusto. Perché il giusto non ha bisogno di vincere per essere giusto.

Il Giubileo della speranza di papa Leone – una speranza “disarmata”, che non si affida alla forza – riprende questa intuizione. La nonviolenza non è debolezza, è la forma che la speranza assume quando rinuncia a imporsi. Non è un’utopia irraggiungibile né una comfort zone al riparo dalla storia, ma una pratica quotidiana di costruzione paziente. Gino Strada aveva ragione: “Concepire un mondo senza guerre è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. E oggi il più urgente”. Ma la risposta non può essere solo un’idea – deve essere una comunità che la incarna.

Da dove partire, dunque, per una speranza di pace che sia stimolante, attraente, collettiva? Forse proprio da qui: dal riconoscere che da soli non si regge. Che la speranza ha bisogno di corpi, di comunità, di “patti reciproci” – perché “alla fine nessun altruismo regge davvero alla prova del tempo e dell’usura”. Che servono strutture di responsabilità condivisa che non dipendano dalla buona volontà individuale.

Langer amava la figura di Giona, il profeta riluttante che non vuole esserlo, che fugge, che viene riportato al suo compito dalla tempesta e dal pesce. Il vero profeta non cerca il palcoscenico, non desidera il potere della parola. Eppure non può sottrarsi. E — questo è il punto sorprendente — Ninive risponde. La città corrotta, quando il profeta la raggiunge, “prende le sue misure per obbedire all’avvertimento profetico”. Non sappiamo in anticipo chi risponderà. Dobbiamo solo “indicare strade di conversione”.

C’è un’ultima cosa che Langer ci lascia: il rifiuto del cinismo come il rifiuto della paura. “Chi mi conosce”, scriveva, “sa che ho sempre cercato di perseguire politiche realistiche, pur con tutto il carico di radicalità e di speranza di altro e di meglio che mi sentivo affidato. Ma tra politica realistica e Realpolitik c’è ancora un abisso”. Il realismo non è rassegnazione; la speranza non è ingenuità. E la cultura della rassegnazione che ci dice che tanto non cambierà nulla è forse la forma più subdola di violenza: ci ruba il futuro prima ancora che arrivi.

“Conviene disarmare, finché siamo in tempo”. Non perché vinceremo — non lo sappiamo. Non perché il mondo cambierà — non possiamo garantirlo. Ma perché è giusto. E in ciò che è giusto, anche quando sembra impossibile, abita una speranza che non dipende da noi soli.

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“Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”. Forse è questa la risposta più onesta alla domanda sulla speranza: non sappiamo se vinceremo, non sappiamo se il mondo cambierà, non sappiamo se Ninive risponderà. Ma sappiamo ciò che è giusto. E possiamo — insieme — continuare.

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