Sabato 31 gennaio

Desidero vedervi felici nel tempo e nell’eternità

San Giovanni Bosco

IV domenica del Tempo Ordinario 2026 (S. Giovanni Bosco)
(Sof 2,3; 3,12-13; Sal 146; 1 Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a)
Istituto salesiano Don Bosco in Verona, sabato 31 gennaio 2026

Allora aprì la sua bocca per ammaestrarli dicendo: Beati”. Nel linguaggio comune dire a uno “beato te!” vuol dire fargli un complimento, non senza un pizzico di invidia. Gesù nel contesto del suo discorso più celebre, quello della Montagna, destinato ad andare oltre le “Dieci parole”, sta parlando della felicità. E non in astratto, ma a partire da una serie di paradossali situazioni. Perché la felicità proviene dalla lingua indoeuropea “fe” che dà origine ad altre parole, come fecondo, femmina, feto, figlio, tutte parole che dicono relazione alla vita, alla nutrizione, alla crescita, all’abbondanza. Chi è beato, dunque? Chi, soprattutto, è felice? Chi è fertile e non sterile, chi porta frutto e, soprattutto, chi sprizza gioia. A tal proposito don Bosco ripeteva continuamente ai suoi ragazzi: “Desidero vedervi felici nel tempo e nell’eternità”. Ai suoi tempi, peraltro, circolava una interpretazione del Vangelo in termini di severità, durezza, paura. Una visione che gettava un’ombra di sospetto verso ogni forma di piacere, di gioia e di festa. Pur figlio del suo tempo, nel contesto di una società in rapida evoluzione, don Bosco reagisce decisamente. Ai suoi ragazzi migliori raccomandava: “State molto allegri!”. E la domanda che per prima sbocciava sulla sua bocca era: “Sei contento?”. Potremmo dire che il suo metodo educativo ha questo unico scopo: aprire i ragazzi alla felicità, far venir fuori dalle passioni tristi, indirizzare verso la felicità. Concretamente per don Bosco il Vangelo della gioia implementa alcuni atteggiamenti che sono il contrario “delle passioni tristi”.

Il primo è la fiducia nella vittoria del bene: “In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene, e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore, e di trarne profitto”.

Il secondo è cogliere il positivo e rifiutare di lamentarsi sul proprio tempo, ritenere ciò che è buono, specie se gradito ai giovani e alla gente.

Il terzo è puntare sulle gioie quotidiane: occorre un paziente sforzo di educazione per imparare, o imparare nuovamente a gustare con semplicità le molteplici gioie umane che il Creatore mette ogni giorno sul nostro cammino.

In conclusione, le beatitudini sono un grido di felicità rivolto a tutti. Sono non 8/9 le beatitudini, ma una soltanto che coincide con l’autoritratto di Cristo. Le beatitudini sono la chiave di ingresso per trovare Dio e insieme vivere nel mondo. Infatti, con gente così contenta ci si allontana da una società di persone sole, di consumatori bulimici, di spettatori assuefatti, dagli orizzonti corti e frammentati e si lascia alle nostre spalle quell’atmosfera pesante, ma anche più egoista e più iniqua, ma soprattutto molto più triste.

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