II domenica del tempo ordinario (2026)
(Is 49,3.5-6; 1 Cor 1,1-3; Gv 1,29-34)
Costermano, sabato 17 gennaio 2026; chiesa di Santa Maria Addolorata in Verona, domenica 18 gennaio 2026
“Vedendo Gesù venire verso di lui”. Siamo abituati a pensare che è sempre da noi che parte la ricerca di Dio. Spesso ci sembra lontano, impalpabile, irreale. E invece è proprio il giovane rabbi di Nazareth che va incontro al Battista. Si muove incontro e diventa una domanda pungente che provoca il battezzatore che lo attendeva da sempre. Non che corrisponda alla sua attesa. Anzi, si manifesta in una forma del tutto contraria. Quasi come uno dei tanti peccatori che sono in fila per purificarsi. Di qui si impara che Dio sta sempre sulle nostre strade, ma non si impone con l’evidenza di una prova schiacciante che ci obbliga ad accettarlo, ma piuttosto con l’imprevedibilità dell’esistenza che ci mette a soqquadro e chiede un sussulto di fiducia. Non solo, ci costringe a rivedere luoghi comuni, pregiudizi e presunte certezze con le quali andiamo avanti in modo automatico, perdendo quello che la vita è nella sua drammatica ed esaltante bellezza. Passare dal conoscere al ri-conoscere Gesù è il cammino della fede. A parole sappiamo chi è, ma nei fatti stentiamo a riconoscerlo per quello che è.
“L’agnello di Dio” è per Giovanni il giovane profeta: un’espressione quasi mistica che suscita reazioni contrastanti, come intenerire, ma anche irritare perché “chi agnello si fa il lupo se lo mangia!”. Non va spiegata, pur rimandando ad una serie di precedenti biblici (l’agnello dell’esodo, l’agnello pasquale, l’agnello di cui parla Isaia come nella prima pagina), ma va fatta risuonare. È come un vezzeggiativo nel linguaggio tenero dell’affetto, ma contiene due dimensioni che si contrastano: quella della fragilità, della vulnerabilità e quella della potenza, anzi dell’onnipotenza. Giovanni vede in Gesù incarnarsi questa duplice dimensione che è croce e resurrezione e che trova conferma nella vita di ciascuno, la quale è sempre un continuo passaggio dall’una all’altra.
“Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”. Qui si parla del peccato al singolare, come se ne esistesse uno che è matrice di tutto, la ‘madre’ di tutti i peccati. Il peccato da cui tutto deriva è il disamore, cioè il disprezzo, l’odio, la violenza, l’indifferenza che genera morte. L’agnello di Dio è colui che toglie, cioè porta via e, nello stesso tempo, si fa carico del male che c’è intorno e dentro a noi. Oggi il termine peccato è scomparso. E non si cerca il peccato, ma il “capro espiatorio” (R. Girard). Nessuno si accusa di alcunché. Ma tutti ci si scaglia contro qualcuno percepito come la causa scatenante. Così si rievoca un mito antico che il cristianesimo mette in crisi attraverso Colui che, innocente, si fa carico del peccato e lo spazza via. L’agnello di Dio, infatti, non invoca moralizzazione, né pretende riforme strutturali. Semplicemente prende sulle spalle quello che non va e se ne fa carico. Come recita un verso di Alda Merini, “bastava una inutile carezza a capovolgere il mondo”. Avvicinarsi al male e farsi carico del dolore del mondo per annunciare l’amore di Dio: questa è la strada della fede cristiana che non colpevolizza, ma riscatta dal peccato per via della Grazia.
