Giovedì della I settimana per annum (coi preti di Bergamo e a S. Zeno)
(1 Sam 4,1b-11; Sal 44; Mc 1,40-45)
Casa San Fidenzio e Basilica di San Zeno Maggiore in Verona, giovedì 15 gennaio 2026
“La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero trentamila fanti. In più l’arca di Dio fu presa”. Così si conclude una delle pagine più cruente della Bibbia con al centro l’arca, segno della presenza di YHWH, strettamente connessa all’istituzione della “guerra sacra”. Ancora oggi la guerra è “sacra” per alcuni, anche se questa blasfema connessione è implausibile. Gesù stesso, d’altra parte, ha vissuto sulla sua pelle questa irriducibile tensione tra fede e potere, finendo col connotare il suo messianismo come universale; come interiore e spirituale; come escatologico nel senso che la sorte del mondo è segnata dall’irrompere del Regno di Dio. Qualcosa del messianismo di Gesù si coglie nella pagina marciana appena proclamata, che aiuta a rileggere anche il nostro stesso ministero, soggetto alla medesima tensione tra fede e potere, tra impegno e risultati.
La prima cosa che sta a cuore al Maestro è l’invisibilità: “Guarda di non dire niente a nessuno”. Gesù non si fa bello con il bene che compie e, anzi, proibisce ai suoi di fare le opere buone davanti agli uomini per non ricevere la lode del mondo. Di conseguenza, proibisce al lebbroso di divulgare la notizia della sua istantanea guarigione. Come è noto, il “segreto messianico” è una misura prudenziale adottata dal Maestro per evitare il cortocircuito di un messianismo politico. C’è un proverbio cinese che dice: “Quando un piccolo uomo fa una lunga ombra vuol dire che il sole è… basso!”. Perdere in visibilità è l’antidoto alla pretesa di voler contabilizzare il Regno.
La seconda cosa è l’interiorità: “Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città”. Il Maestro, per quanto eviti la notorietà, è sottoposto agli inconvenienti della celebrità e per questo decide di starsene fuori, in luoghi deserti. Non è solo la difesa della privacy quanto la decisione di starsene da solo per ritrovare sé stesso e incontrare Dio. La solitudine è un necessario anticorpo alla confusione dello stare insieme. La solitudine, che è cosa ben diversa dall’isolamento, è un medicamento prezioso che aiuta a ritrovarsi e a trovare Dio. E richiede coraggio di staccare la spina e di starsene dentro la propria verità. Significa imparare ad “habitare secum”.
La terza cosa è l’attrattività. Non il proselitismo. “E venivano a lui da ogni parte”. La solitudine non isola Gesù, ma lo rende attraente al punto che tanti si recano da Lui. C’è un fascino che non si spiega se non con una speciale attrattiva che nasce dall’unione con Dio. La fede è muoversi verso Gesù, senza mai sentirsi arrivati, perché “la fede rimane un cammino… e può maturare solo nella misura in cui sopporti e si faccia carico, in ogni fase dell’esistenza, dell’angoscia e della forza dell’incredulità e l’attraversi fino a farsi percorribile in una nuova epoca” (Benedetto XVI).
Invisibilità, interiorità, attrattività sono le tre condizioni per l’irrompere del Regno. Ne sono persuaso o rimpiango il contrario?
