Esequie don Giuliano Tosi
(Ml 3,1-4.23-24; Sal 25; Lc 1,57-66)
Azzago, martedì 23 dicembre 2025
“Gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio”. Quando finalmente il vecchio e stanco sacerdote ritrova la parola, scoppia in una lode e in una benedizione. Non ce l’aspetteremmo da Zaccaria per come si è mosso da dopo l’annuncio del figlio, quando, pur stando nel tempio, ha mostrato di non dare alcun credito alla promessa. Eppure ora che la realtà ha smentito la sua paura, Zaccaria prorompe in una benedizione. Siamo anche noi pronti ad ogni piè sospinto a lamentarci o a giudicare, difficilmente durante la nostra giornata diamo spazio a rendere grazie per i doni che continuamente riceviamo. Nel Primo Testamento, per contro, si trovano spesso preghiere di benedizione: Dio è il benedetto, per cominciare. Gesù stesso manda i suoi per le case a portare la pace. Lo shalom è la più grande benedizione, quella pace che è la pienezza di ogni dono.
Ma che significa benedire, a dispetto delle tante cose che non vanno e che suscitano istintivamente il nostro rimbrotto e la nostra lamentazione? È un modo per dire che in qualunque condizione di vita ci possiamo trovare, c’è sempre un motivo per benedire il Signore. La benedizione di Zaccaria si colloca tra la memoria e la profezia. Egli ricorda quanto Dio ha già operato per il suo popolo. L’azione di Dio è continua anche quando non è evidente. Il Signore accompagna il suo popolo passo dopo passo. E lungo questo cammino Zaccaria è capace di sollevare lo sguardo e vedere la realtà dal punto di vista di Dio.
Il Papa parlando ieri alla Curia Romana per gli auguri natalizi ha riflettuto sui due caratteri della Chiesa dopo papa Francesco: la missione e la comunione. Sulla prima ha precisato: “Tale stato di missione deriva dal fatto che Dio stesso, per primo, si è messo in cammino verso di noi e, nel Cristo, ci è venuto a cercare. La missione ha inizio nel cuore della Santissima Trinità: Dio, infatti, ha consacrato e inviato il Figlio nel mondo perché «chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Il primo grande “esodo”, dunque, è quello di Dio, che esce da sé stesso per venirci incontro. Il mistero del Natale ci annuncia proprio questo: la missione del Figlio consiste nella sua venuta nel mondo (cfr S. Agostino, La Trinità, IV, 20.28)”. E sulla comunione ha aggiunto: “L’amore del Padre, che Gesù incarna e manifesta nei suoi gesti di liberazione e nella sua predicazione, ci rende capaci, nello Spirito Santo, di essere segno di una nuova umanità, non più fondata sulla logica dell’egoismo e dell’individualismo, ma sull’amore vicendevole e sulla solidarietà reciproca”. Un bambino è obiettivamente un segno di futuro. Zaccaria ed Elisabetta non avevano figli, in un certo senso non avevano futuro. Ora finalmente Zaccaria riconosce che Dio non si è dimenticato di lui. Vien da chiedersi: quanto sappiamo dire grazie? Don Giuliano fino agli ultimi giorni della sua vita ha detto grazie per i doni ricevuti e per gli incontri fatti durante il suo ministero pastorale che fu sempre missionario e in comunione.
