22 dicembre
(1 Sam 1,24-28; 1 Sam 2,1.4-8; Lc 1,46-55)
Istituto Fortunata Gresner in Verona, lunedì 22 dicembre 2025
“Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto. Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore”. Il fanciullo di cui si parla è Samuele e le parole sono quelle di Anna, la madre fino ad allora sterile. Questa, recandosi al tempio insieme al figlio, non si limita a ringraziare, ma lo offre a Dio. È consapevole del dono straordinario che ha ricevuto e nello stesso tempo è avvertita che il dono va restituito perché nulla ci appartiene, ma tutto ci è affidato. La gratitudine è un sentimento raro oggi, mentre si fa strada sempre più rabbiosa la rivendicazione. Ci sentiamo tutti in credito verso la vita. Mentre dovremmo sentirci piuttosto in debito per un’avventura che accade in modo imprevedibile, a prescindere da noi. La normalità della nostra vita non è forse colma di doni incessanti? Poiché viviamo, respiriamo, ci muoviamo quotidianamente dentro questa munificenza, la consideriamo come proprietà. Ogni giorno invece noi siamo donati a noi stessi e ogni creatura attorno a noi di nuovo ci viene regalata. Che cosa ci appartiene in senso definitivo?
Ce lo fa capire Maria che è salutata da Elisabetta non tanto come “parente”, ma come “credente”. Dopo essere restata in silenzio, Maria esplode letteralmente nel canto del Magnificat e ci svela il significato recondito dell’esistenza umana. In effetti il cuore di questo splendido inno di lode è la fede di Maria che esprime la gratitudine sua e di Israele con le parole dei salmi, anche se ancora non si vede nulla di quanto promesso. La fanciulla di Nazareth dice due cose apparentemente opposte: da un lato afferma: “ha guardato l’umiltà della sua serva”, per poi aggiungere subito dopo: “grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente”. Da un lato, dunque, riconosce la sua piccolezza, dall’altra afferma la sua grandezza! Come mettere insieme questa apparente antinomia? Pensando all’albero che tanto ha radici in basso tanto svetta in alto con la sua chioma. Così è dell’uomo che più mette radici nelle profondità della vita più si innalza rispetto alla mediocrità. Oggi sembra prevalere una sorta di mediocrazia che consiste nel premiare quelli che sono nel mezzo, dunque né svettano né sprofondano, perché nel mezzo sarebbe la virtù. In realtà la virtù, cioè la forza dell’umiltà, sta nel profondo che tende verso l’alto. Profondità versus superficialità è oggi la vera questione! Profondità vuol dire non lasciarsi impressionare dalla schiuma del mare che in superficie sembra spumeggiante, ma che è ben altra cosa rispetto alla vastità e alla immersività del mare. L’umiltà di Maria è questo sguardo profondo sulla vita che non si lascia impressionare dai vincenti di turno, ma sa accorgersi che Dio “ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. In tal modo si conferma quel che scrive san Gregorio di Nissa e cioè che l’umiltà “è una discesa verso l’alto”.
