Mercoledì 24 dicembre

Dal buio alla luce

Articolo per L'Arena

Mercoledì 24 dicembre

Articolo per L’Arena

Natale coincide coi giorni più corti dell’anno.

Per questo viene incontro come uno squarcio di luce che interrompe il buio. Conosciamo tutti questo buio. È il buio di chi attraversa un mare di notte senza sapere se arriverà. Di chi riceve una diagnosi difficile. Di chi si sveglia in un paese in guerra e non sa se la sera troverà ancora la sua casa. È il buio di quando le parole non bastano più, di quando i punti di riferimento che credevamo solidi si dissolvono. Camminiamo spesso nelle tenebre, anche quando fuori c’è il sole. Anche nelle nostre città illuminate. Oggi, mentre celebriamo il Natale, le rovine non sono solo un ricordo. Non possiamo e non dobbiamo ignorare le macerie. Ci è però chiesto di riconoscere che proprio lì Dio sceglie di tornare, di venire al mondo di nuovo, nella fragilità di una promessa affidata alle nostre mani ingiuste.

Ai pastori, come a noi, viene, infatti, annunciato un segno: è quel bambino avvolto in fasce in una mangiatoia. Immagine di vulnerabilità e di tenerezza. Immagine disarmata e disarmante. Ricevono questa luce per primi i pastori, non i sacerdoti nei templi né i sapienti nelle scuole. C’è qualcosa di sovversivo in questa scelta. Dio non manda l’annuncio a Gerusalemme, non lo affida ai canali ufficiali. Lo consegna a chi sta fuori, a chi veglia nella notte, a chi conosce il freddo e la fatica. Come se la buona notizia avesse bisogno, per essere accolta, di mani che sanno cosa significa faticare. Di occhi abituati al buio, e per questo capaci di riconoscere anche una piccola luce. È bello questo particolare, soprattutto per tutti i poveri, gli ultimi, gli anonimi, i dimenticati. Dio ricomincia da loro.

È quello il segno che ci fa uscire dal buio. È quella la luce che ci fa vedere e andare nella giusta direzione. Non ci salverà nessuno dei potenti di questo mondo. Non ci salverà nessun censimento delle vite. Non ci salveranno le porte chiuse delle nostre locande o delle nostre case. Non ci salverà nessuna profezia inascoltata. Non ci salverà un Dio che resta nell’alto dei cieli. Non ci salveranno le guerre.

«Tutti vogliono crescere nel mondo, ogni bambino vuole essere uomo. Ogni uomo vuole essere re. Ogni re vuole essere dio. Solo Dio vuole essere bambino» (L. Boff). È questa la forza dirompente del Natale, il suo capovolgimento. L’essere umano vuole salire, comandare, prendere. Dio invece vuole scendere, servire, dare. È il nuovo ordinamento delle cose e del cuore.

Leone XIV ha scritto in vista della prossima Giornata Mondiale della pace, il prossimo 1 gennaio 2026: «Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola». E riprende la profezia di Isaia: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione». Le spade diventeranno aratri, promette il profeta. Ma solo se qualcuno, oggi, smette di affilarle.

Oggi, in mezzo alle rovine del mondo, la Parola eterna si fa carne. Non viene a cancellare le macerie con un gesto magico. Viene ad abitarle. A piantare la sua tenda in mezzo a noi. Quella stessa Parola che era in principio sceglie di aver bisogno di noi. Non chiede di essere ammirata. Chiede di essere accolta. In noi, nelle nostre case, nelle relazioni che facciamo fatica a custodire, nei conflitti che non sappiamo come attraversare.

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