Giovedì 11 dicembre

Dalla contemplazione del piccolo si fa strada la grandezza della vita di ciascuno

Basilica di San Zeno Maggiore

Giovedì della II di Avvento (Comfoter)
(Is 41,13-20; Sal 145; Mt 11,11-15)
Basilica di San Zeno Maggiore, giovedì 11 dicembre 2025

Fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista”. Il Battista è il più grande perché punto di congiunzione tra il Primo e il Nuovo Testamento; è il profeta che non parla più attraverso segni, ma indicando la persona del Messia. Gesù, però, sembra diminuirne la portata aggiungendo che “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui”. Che vuol dire? Qui il Maestro sta affermando la superiorità della nuova Alleanza che va ben oltre la Legge. L’attesa del popolo di Israele è stata decisiva nel tener desta l’attenzione verso il Dio unico, ma ora è Dio stesso che si fa vicino nella forma di un uomo. È il Natale che stiamo per celebrare e che si vorrebbe ridurre ad una generica festa per non turbare altre sensibilità. Di sicuro, l’incarnazione è uno scandalo potente e al tempo stesso rappresenta il cuore del cristianesimo. Fuori o lontano da Gesù di Nazareth non si dà alcuna possibilità di approcciare il discorso su Dio. Personalmente lontano da questo ebreo marginale Dio non mi interesserebbe affatto.

Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono”. Quelle che suonano come minacciose parole di Gesù vanno ben comprese. Egli intende anzitutto chiarire che il bene attira a sé il male in forme violente. Anzi, come suggerisce S. Ignazio di Loyola, proprio l’avversità assicura ad un cristiano di aver fatto la scelta giusta. Ma soprattutto intende chiarire un equivoco perché la violenza da esercitare non è tanto quella indirizzata agli altri, quanto quella ed unicamente verso sé stessi. I “violenti” che si impossessano del Regno di Dio, dunque, non sono i facinorosi, ma quelli che progrediscono nella misura in cui fanno violenza a sé stessi, rinnegando il proprio “io” per aprirsi a Dio.

Chi ha orecchi, ascolti!”. L’ammonimento di Gesù è il mio augurio per il prossimo Natale: aprire gli orecchi per ascoltare! Ascoltare è l’imperativo categorico di Israele, ma anche la strada per entrare dentro l’esperienza umana e cristiana. A noi è chiesto di “indugiare” in questi giorni del Natale. La generale inquietudine non permette al pensiero di approfondirsi, di arrischiarsi lontano, di slanciarsi verso qualcosa di veramente altro e di veramente alto. Non è più il pensiero a dettare il tempo, ma il tempo a dettare il pensiero. È dalla contemplazione del piccolo, invece, che può farsi strada la grandezza della vita di ciascuno. Scriveva F. Nietzsche all’inizio di quella che sarebbe stata la tragedia del Novecento: “Per mancanza di quiete la nostra civiltà sfocia in una nuova barbarie. In nessun tempo gli attivi, vale a dire gli irrequieti, hanno avuto una maggiore importanza. Per cui una delle necessarie correzioni che si devono apportare al carattere dell’umanità è quella di rafforzare in larga misura l’elemento contemplativo” (Umano, troppo umano). Alla viglia di decisioni strategiche di portata mondiale preghiamo il Signore della vita che doni a tutti la saggezza necessaria.

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