Palazzo della Gran Guardia in Verona, sabato 15 novembre 2025
Buongiorno a tutte e a tutti!
Esiste una differenza fondamentale – a voi ben nota – tra curare e prendersi cura. Il primo termine evoca la competenza tecnica, la precisione diagnostica, l’efficacia terapeutica. Il secondo apre a una dimensione più ampia: quella della relazione, della vicinanza, del riconoscimento dell’altro nella sua integralità. Le due cose sono due facce della stessa medaglia. Come scrive Fabrizio Benedetti, neurologo specializzato in effetto placebo e nocebo, la speranza è un farmaco, un farmaco che fa una vera e propria alleanza con gli elementi chimici. In contrapposizione, la rassegnazione e la sfiducia possono ostacolare o rallentare i percorsi di guarigione.
La malattia non è solo un’alterazione biologica da correggere, ma un’esperienza esistenziale che coinvolge tutta la persona e tutto il suo mondo: il corpo biologico con le sue emozioni, le sue relazioni, il senso stesso della sua vita. Per questo il vostro compito non si esaurisce nella diagnosi corretta o nella terapia appropriata, ma si estende al prendersi cura di chi soffre, accompagnandolo in un momento di particolare fragilità. In questo tempo in cui l’intelligenza artificiale promette e permette di rivoluzionare anche la pratica medica, siamo chiamati a vigilare su una tentazione sottile: quella di ridurre la Medicina a pura tecnica riparatoria, il corpo a macchina da aggiustare, la persona a somma di parametri clinici, il tempo a una prestazione frettolosa e senza attenzione. L’intelligenza artificiale può essere preziosa: può aiutare nella diagnosi precoce, può ridurre l’errore, può alleggerire il peso burocratico che vi opprime. Ma nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai sostituire lo sguardo che riconosce l’altro, l’ascolto che accoglie la storia, la presenza che accompagna il dolore. L’IA può essere alleata della Medicina, ma non può diventarne il cuore.
Ai giovani neolaureati che oggi pronunciano il Giuramento di Ippocrate vorrei dire: non abbiate paura della complessità. La Medicina vi chiederà competenza, ma anche coraggio; preparazione scientifica, ma anche saggezza del cuore.
Ai colleghi che celebrano 50 anni di laurea, va la nostra gratitudine profonda. Voi avete attraversato stagioni diverse della Medicina: avete conosciuto l’epoca in cui la relazione medico-paziente era ancora custodita come patrimonio prezioso, prima che le logiche organizzative e la pressione dei tempi la mettessero in crisi.
In conclusione, si può ancora testimoniare che la Medicina è e resta un’arte oltre che una scienza. Non siete soli nel vostro servizio quotidiano, fatto di competenza, dedizione e umanità. Insieme – medici, infermieri, operatori sanitari, comunità cristiana, società civile – siamo chiamati a costruire una cultura della cura che sappia rispondere alla crescente domanda di senso e di benessere che accompagna l’esperienza della malattia nel nostro tempo. Perché – non dimentichiamolo mai – curare è un atto di scienza, ma prendersi cura è un atto d’amore. La scienza che non diventa amore, in qualche modo, è incompiuta.
