Allegato: Sintesi del vescovo Domenico Pompili
Sintesi finale all’Assemblea dei presbiteri e dei diaconi
Chiesa San Giuseppe dell’ex Seminario di San Massimo, venerdì 10 ottobre 2025
Introduzione
Siamo partiti da una domanda pungente del Maestro: “Come mai questo tempo non sapete giudicarlo?”. E così abbiamo provato a riflettere sulla complessità. Mons. Castellucci oggi ci ha aiutato a capire come la complessità sia un modo di stare al mondo, uno stile di vita, una forma mentis. Si tratta di tenere insieme, come nell’etimologia della parola “paroikìa”, estraneità e prossimità. Estraneità e prossimità vanno tenute insieme se si vuol preservare la missionarietà della parrocchia. Come? Già don Fabio, don Andrea, don Gianluca e Lucia ci avevano lasciato intuire qualcosa di questa ‘complessità’ dove estraneità e prossimità si danno insieme, anzi ‘stanno o cadono insieme’.
- Che cosa è la ‘complessità’?
L’estraneità è il ‘vuoto’ che si crea tra parrocchia e mondo perché la comunità cristiana è sempre ‘pellegrina’ e non può far proprie le logiche del mondo, specie quando attentano alla vita, nelle sue mille forme. Per questo la Chiesa è e resta ‘estranea’ rispetto a ciò che nel mondo conta. Come ricorda Evangelii Gaudium n. 62 ciò che conta nel mondo è solo “ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio”. La Chiesa punta invece a ciò che è interiore, non istantaneo, invisibile, lento, profondo, eterno. Non si dà più alcuna identificazione tra Chiesa e società, come pure alcuni vagheggiano sognando all’indietro come quando il mondo fosse stata una immensa saliera. Mentre alla Chiesa è chiesto di essere sale quanto basta per insaporire tutta la pasta!
Accanto all’estraneità occorre tenere in piedi, al tempo stesso, la prossimità. Nei tavoli di ieri sono venute fuori tante istanze di cui tener conto per evitare che la parrocchia sia una realtà a sé stante, una bolla a lato, impermeabile alle vicissitudini del tempo e della storia. Da una parrocchia-rifugio che si difende dal mondo occorre passare a una parrocchia-tenda che allarga i suoi pioli per abbracciare sotto il suo tendaggio quanta più umanità possibile al riparo dal sole e dalla pioggia! Si è detto con chiarezza che questo comporta alcune scelte. Ne richiamo almeno tre.
- la centralità delle relazioni autentiche oltre il ruolo istituzionale: ci giochiamo il ministero con la nostra faccia umana, e il nostro modo di relazionarci è alla base del nostro essere ministri oggi;
- la fraternità presbiterale, diaconale, con il popolo è essenziale ma anche faticosa;
- per abitare la complessità occorre una formazione che ancora manca. Non si riesce a leggere la realtà, non si è aggiornati su quello che accade alle vite oggi, e anche il linguaggio appare consumato. La tentazione è quella di chiedere risposte nette. Negli interventi c’è spesso un desiderio che chiede linee-guida, indicazioni di direzione. Complessità significa perdita di soluzioni immediate e la fatica di un discernimento che salvi l’umano. Si chiede chiarezza, ma complessità significa saper vedere l’intreccio di luci e ombre. Si chiede un annuncio più coraggioso, chiaro ed efficace, cristologicamente centrato. Ma non si tratta di scegliere tra un annuncio tiepido e uno coraggioso, ma di abitare la complessità di un annuncio che va modulato a partire dai contesti e dalle persone.
- La ‘complessità’ nella comunità
Il vescovo Castellucci ci ha offerto una riflessione teologica e pastorale che aiuta a collocare le nostre preoccupazioni in un orizzonte più ampio. A proposito di ambivalenze e di complessità, ha sottolineato alcuni punti decisivi:
- la parrocchia è sia forestiera sia prossima, è una straniera che si avvicina alle case nelle quali la gente vive. Questa tensione non va soppressa, perché è vitale;
- la parrocchia è una casa porosa che respira le crisi del mondo. Le crisi planetarie che attraversiamo sono molteplici: economico-finanziaria, migratoria, ambientale, sanitaria, geopolitica. La parrocchia non può mettersi al riparo da queste tempeste perché se la Chiesa non fosse in crisi dovremmo chiederci se è davvero la Chiesa di Gesù.
- prossimità significa stare sulla soglia tra il dentro e il fuori della chiesa. La voce ministeriale trova ascolto solo se conosce questa postura.
- passare dalla logica del conteggio alla logica del contagio.
- la parrocchia va pensata come una tenda mobile, che si adatta ai territori, che può essere piantata dove serve, che non pretende di durare per sempre. Lo snellimento delle strutture diventa necessario.
- rilevanza evangelica e non sociologica: si tratta di misurare la capacità di generare incontri autentici con il vangelo, di far sperimentare la misericordia di Dio, di creare spazi di fraternità vera, di accompagnare le persone nei passaggi difficili della vita, di offrire un orizzonte di senso in un tempo di disorientamento.
- La complessità da vivere
La domanda di don Gianluca attraversa tutta questa assemblea: quale spiritualità è adeguata ad accompagnare queste porzioni di popolo di Dio che ci sono affidate? Vorrei indicare alcune direzioni che credo emergano dalla nostra riflessione comune:
- non una spiritualità del controllo ma una spiritualità dell’accompagnamento;
- una spiritualità dell’abitare. Abitare significa vivere in una trama di relazioni che ci riconoscono e nelle quali riconosciamo noi stessi. Non è semplicemente avere un luogo dove tornare la sera, ma è costruire legami stabili con persone e territori. Abitare è anche portare dentro di noi il mondo, con le sue gioie e le sue fatiche, senza chiuderci in una spiritualità separata dalla vita concreta. Dall’esperienza di questa intimità piena di realtà nasce la passione per costruire il mondo come spazio ospitale per tutti. Abitare e costruire sono due verbi che stanno insieme: chi abita davvero un luogo si preoccupa che diventi accogliente anche per gli altri. Questo ci porta a domandarci con onestà: perché le nostre chiese sembrano diventate inabitabili per molte persone? Cosa le rende luoghi dove non si riesce più a tessere quella trama di relazioni che permettono di sentirsi a casa?
- una spiritualità della fraternità;
- una spiritualità incarnata;
- una spiritualità dei tre verbi del brano evangelico commentato all’inizio di questa assemblea: chiedere, cercare, bussare. Verbi di chi riconosce la propria mancanza, di chi accetta il non sapere strutturale, di chi continua a muoversi dentro la complessità non nonostante l’incertezza, ma proprio a partire da essa.
Per ritrovare il Dio che abita questo tempo e questo mondo, servono conversioni precise: fare pace con il non-sapere, riconoscere la nostra complessità ecclesiale, passare dal contare al contagiare, privilegiare le relazioni sulla funzionalità, liberarsi delle rigidità mentali prima che dalle strutture.
Ciò che abbiamo seminato in questa assemblea è prezioso. Ora tocca a noi custodirlo e farlo germogliare nelle nostre comunità. Non con risposte preconfezionate da dare, ma con domande più profonde da portare. Non con soluzioni tecniche da applicare, ma con uno stile nuovo da incarnare. Non con l’ansia di chi deve gestire la complessità, ma con la pace di chi è chiamato ad abitarla. E in questo abitare – fragile, imperfetto, sempre in ricerca – riconosceremo la presenza del Risorto che ci precede, che cammina con noi, che trasforma le nostre fatiche in luoghi di incontro, di comunione, di vita nuova.
Per concludere e descrivere il cammino diocesano che ci sta davanti, così come espresso nella parte pastorale della lettera Sul limite, cedo volentieri la parola a don Diego Righetti perché ci aiuti ad entrare dentro l’Assemblea diocesana del prossimo 16 maggio, il cui obiettivo dichiarato è quello di essere una pausa e un confronto con tutti i battezzati per riformare il nostro essere Chiesa, a partire dall’esito del Cammino sinodale delle Chiese in Italia.
