Giovedì della XII settimana per annum (Messa per S. Escrivà)
(2 Re 24,8-17; Sal 78; Mt 7,21-29)
Cattedrale di Verona, giovedì 25 giugno 2026
“Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. I destinatari delle severe parole di Gesù sono i credenti, in particolare quelli nella primitiva comunità cristiana che partecipano alla liturgia, visto che si tratta di un’acclamazione ripetuta. L’evangelista Matteo che mette in bocca a Gesù queste parole ha intenzione di indirizzarle a quanti sono prodighi di parole entusiastiche, ma avari di fatti concreti e di coerenza operativa. Una liturgia dissociata dall’ortoprassi cristiana non conduce al Regno. Come si intuisce anche dalla scena che viene evocata subito dopo quando al momento del giudizio compaiono davanti a Cristo quanti si fregiano di aver compiuto prodigi, di aver liberato dagli ossessi, di aver profetato. Ma si vedono rifiutati, ricacciati, misconosciuti! Appare così chi è il discepolo autentico. Non è, infatti, colui che sperimenta forze spirituali straordinarie, come la profezia, il potere esorcistico e la taumaturgia, ma chi obbedisce concretamente al comandamento dell’amore. Non il carisma, ma l’amore è la sua vera carta d’identità.
“Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia”. Con questa allegoria Gesù chiarisce definitivamente che si crede veramente soltanto quando si pratica. Non c’è alcuna possibilità di distinguere tra credenti e praticanti. Senza praticare non si crede. Senza credere non si pratica. Scrive Escrivà: “Noi siamo pietre, blocchi da costruzione, che si muovono, che sentono, che hanno una volontà liberissima. Dio stesso è lo scalpellino che ci smussa gli spigoli…”. Dietro l’immagine della roccia si coglie sia la concretezza che la sua condizione di fondamento. Una fede incapace di misurarsi con la vita nelle sue sfide, ma anche nelle sue potenzialità è destinata ad essere accantonata. La grande intuizione di sant’Escrivà è stata il suo ritornare sempre sulla categoria di “Opus Dei”, che nell’accezione benedettina fa riferimento alla preghiera liturgica cui nulla deve essere anteposto. Ma che si declina poi in correlazione con l’ora et labora. “Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia”. Dobbiamo onestamente riconoscere che il “suolo umano” si è impoverito, si è svuotato del suo humus di relazioni, legami, responsabilità e così è divenuto friabile e inconsistente. Al punto che l’uomo stesso, su questo terreno incerto, finisce per diventare “di sabbia”. Siamo tutti, donne e uomini, dalla “testa pesante” che fatichiamo a portare avanti la nostra vita, dubitiamo del tragitto e del senso, chiedendo al contempo riconoscimento e rassicurazione. Emerge un punto che non appartiene al mondo; un luogo in cui si può camminare; uno spazio in cui si può entrare; una forza su cui ci si può appoggiare; un amore a cui ci si può affidare. È la ricerca della fede che dobbiamo continuare a coltivare insieme sapendo che solo essa dà concretezza e solidità al nostro vivere.
