Sabato 16 maggio 2026

Dove andiamo

Assemblea diocesana

Discorso finale del vescovo Domenico Pompili all’Assemblea diocesana
Palariso di Isola della Scala, sabato 16 maggio 2026

Quello che abbiamo votato non è un punto di arrivo. È una soglia che va attraversata. Altro, infatti, è scegliere. Altro poi è decidere. C’è chi sceglie senza mai decidere e, peggio ancora, senza mai decidersi. Per contro, c’è chi decide senza mai aver scelto. Noi vogliamo evitare sia di scegliere senza mai decidere. Sia di decidere senza aver mai scelto. Per questo, le priorità emerse diventeranno orientamenti pastorali attraverso un lavoro ulteriore — corresponsabile, non solitario — affidato al collegio dei vicari e ai servizi di curia, non senza l’apporto della cabina di regia. Un percorso sinodale non è il vescovo che decide in solitudine dopo aver ascoltato: è un ascolto che si interpreta con competenza e si traduce in scelte condivise.

Per due delle sfide emerse con più forza — una nell’annuncio, una nella prossimità — possiamo già indicare alcune forme concrete.

Annuncio: la formazione

La domanda di formazione è tra le più urgenti: compare in almeno cinque accezioni diverse nelle sintesi vicariali.

A partire dal prossimo anno accademico, seminaristi e laici — uomini e donne — seguiranno un unico percorso formativo: chi si iscrive all’Istituto di Scienze Religiose frequenterà i corsi insieme ai seminaristi dello Studio Teologico, con finalità accademica e titoli per l’insegnamento della religione cattolica. Una scelta che vale ben oltre la praticità: promuove collaborazione e un modo di formarsi già sinodale. Il percorso accademico ISSRR e STSZ cambia orario: lunedì, martedì, mercoledì dalle 15 alle 20.

Da ottobre si attiva anche un percorso non accademico, su base biennale, un giorno alla settimana, il giovedì sera: moduli di sette incontri per area — biblica, teologica, culturale e sociale. Non è obbligatorio seguire l’intero percorso; ci si può iscrivere anche per un solo modulo. La modalità è mista, con momenti di laboratorio pensati per la rielaborazione personale.

Si tratta di un’occasione unica per la formazione teologica, spirituale e culturale di cui abbiamo sete.

Prossimità: il progetto Abitare

Nel corso del 2025 la crisi abitativa si è confermata uno dei principali fattori di fragilità sociale nel territorio veronese e in tutta Italia. L’aumento dei canoni di locazione, la contrazione dell’offerta a costi sostenibili, la difficoltà di accesso al mercato privato per nuclei con redditi bassi o discontinui hanno inciso profondamente sulla tenuta delle famiglie. La precarietà abitativa non riguarda soltanto situazioni di grave marginalità: coinvolge lavoratori poveri, famiglie monoreddito, nuclei numerosi, persone separate, giovani coppie, anziani soli.

La Chiesa di Verona si è mossa in questo solco: canoniche dismesse destinate a finalità sociali, nuovi posti letto per l’emergenza freddo, strutture per anziani e lavoratori poveri. L’idea è di provvedere al bisogno materiale ma anche di accompagnare le persone con supporti educativi e relazionali.

La parrocchia — para-oikia, casa accanto alle case — vive di due movimenti: è luogo di riferimento e di identità, e insieme punto di partenza per l’incontro con Dio in ogni uomo e donna che abita questa casa comune chiamata mondo. La casa è condizione fondamentale per l’esercizio dei diritti della persona e per la costruzione di legami sociali sani e significativi. Quando viene meno, l’intera esistenza entra in una vulnerabilità che si estende a tutto il resto.

Per questo, come frutto del Giubileo, la Chiesa di Verona ha costituito il Fondo permanente per il contrasto all’emergenza abitativa. In Avvento, moltissime parrocchie hanno scelto di mettere al centro della riflessione proprio questo tema, raccogliendo poco più di 200.000 euro. Il Fondo si articola in tre direzioni: aiutare nel pagamento di alcune mensilità d’affitto nei momenti di crisi acuta; inserirsi come garante nei contratti, per abbattere lo stigma nei confronti di chi proviene da paesi stranieri; ottenere in comodato d’uso da privati immobili da destinare a finalità sociali. Questi interventi parlano alle coscienze: la drammaticità della crisi abitativa non può essere affrontata demandando tutto al terzo settore. Richiede una risposta che coinvolga l’intera società. Per la Chiesa, diventa un appello a custodire l’inscindibile legame tra fede e vita, tra Parola di Dio e scelte concrete.

Per concludere

Come è noto sono stati 14 i vicariati rappresentativi del territorio, salvo aggiungere un 15.mo vicariato che è espressione della curia diocesana e un 16.mo vicariato che si riferisce a prassi evangeliche non gravitanti attorno alle parrocchie. Molte voci lungo questo percorso hanno chiesto che non si tacesse sulla pace. Ed è giusto: una Chiesa sinodale non può vivere il Vangelo senza essere artigiana di pace. Non è un’opzione tra le altre. È la forma del Vangelo stesso. Non siamo al punto zero. C’è un percorso che questa chiesa sta costruendo con coerenza, recuperando una sua vocazione storica: dall’Arena di Pace, alla prima edizione di Poeti Sociali, fino alla Scuola di Pace e Nonviolenza di Verona, promossa insieme alla Fondazione Toniolo e al Movimento Nonviolento. La pace non si proclama: si impara, si pratica, si costruisce giorno per giorno.

A questo proposito colgo l’occasione per proporre una “mozione” che, dati i tempi difficili che viviamo, acquista carattere di urgenza e può essere sintetizzata come segue:

L’Assembla diocesana, consapevole che la Pace è anzitutto dono di Gesù Risorto, solidale con le vittime di tutte le guerre, accoglie e fa proprie le recenti indicazioni di Papa Leone XIV. “La pace si costruisce con istituzioni di pace”. “Non si chiami ‘difesa’ il riarmo dell’Europa”; Noi tutti ci impegniamo a sostenere la Scuola di Pace e Non Violenza; la campagna ‘Un’altra difesa è possibile’ per istituire una difesa civile non armata e non violenta”.

Verona è una città di ponti. Papa Leone XIV, appena eletto, diceva: «Aiutatevi anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace». Non è retorica: è un mandato. Questa Assemblea è, a suo modo, uno di quei ponti. Siamo chiamati a superare la frammentazione, a vincere le chiusure identitarie, a condividere strade anche con chi si muove fuori dalla Chiesa. I processi sono avviati. Adesso è il momento di camminare. Una cosa, infatti, è certa: è finito il tempo dei grandi discorsi sul futuro della chiesa. E’ tempo di coltivare, possibilmente tutti insieme, il desiderio di mettere cuore e mano a un cristianesimo possibile all’altezza dei tempi che viviamo. La strada è aperta. Quel che ci resta da fare è percorrerla sino in fondo. Così si realizzeranno le parole profetiche di un veronese per nascita come il teologo italo tedesco Romano Guardini. All’inizio del Novecento egli aveva ipotizzato “un processo di incalcolabile portata: il risveglio della Chiesa nelle anime”. Non senza aggiungere di “percepire la Chiesa come via verso la personalità, e insieme, come via verso la comunità”. Nelle sue “Lezioni sulla Chiesa”, tenute da Guardini all’università di Bonn nel 1921 e pubblicate nel 1922 con il titolo “Il senso della Chiesa”, aveva entusiasmato il suo uditorio e i suoi lettori, che le avvertivano “come un colpo d’ala, un soffio di cristianesimo originario, pentecostale”, in quanto additavano “nuove vie verso un rapporto vivo tra chiesa e personalità, verso una crescita umana autentica fondata sulla libertà interiore che sfocia in una comunità di grazia”.

È quanto molti di voi mi hanno confidato oggi con spontaneità e gratitudine.

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