Chiesa di Sant’Elena in Verona, sabato 18 aprile 2026
(At 2,14a.22-33; Sal 15; 1 Pt 1,17-21; Lc 24,13-35)
III domenica di Pasqua 2026 (A)
“Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Due discepoli, in evidente stato confusionale, costringono uno sconosciuto a rimanere con loro. Come è noto, i due partono da Gerusalemme per non farvi più ritorno. E strada facendo, sono affiancati da uno sconosciuto, cui raccontano per filo e per segno quel che era accaduto. Sono precisi e meticolosi nel descrivere i fatti che hanno visto coi loro occhi, ma incapaci di coglierne il senso. A pensarci, capita anche a noi la stessa cosa: sappiamo tante cose, siamo informatissimi, possiamo rilevare con un click qualsiasi dato, ma ci sfugge il significato. La nostra ragione ‘calcolante’ è miope, non vede che l’immediato. Per questo siamo disorientati. C’è bisogno di una ragione ‘sapiente’ che tenga insieme tutti gli aspetti della vita, ivi comprese le grandi domande intorno alla vita e alla morte, alla gioia e al dolore, al bene e al male.
“Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. Gesù fa capire che non basta sapere “che cosa” o “come” se non si rintraccia il “perché” delle cose. La nostra generazione si interroga sulla possibilità e quasi mai sulla finalità. E così l’atomo può trasformarsi nella bomba atomica. E un esperimento in un disastro. E il progresso in una ecatombe. Ci vuole una ragione ‘allargata’ che spalanchi l’orizzonte. È quel che fa Gesù, rimproverando la loro lentezza di cuore che diventa lentezza pratica perché la vita è un passaggio che esige un cambiamento. Si entra per uscirne in una dimensione nuova e definitiva, mettendo insieme l’io e gli altri, i diritti e i doveri, la terra e il cielo, l’uomo e Dio.
“Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero”. Dove finalmente hanno percepito la presenza di Dio? Nell’atto dello spezzare il pane, in quel gesto che avevano visto compiere tante volte dal Maestro. Dio non si vede perché nessuno l’ha mai visto (Gv 1,18), ma se ne avverte la presenza quando siamo capaci di ritrovare la fraternità. Non basta essere intelligenti, occorre esser geniali. In che senso i due discepoli sono geniali, al punto di credere a quello sconosciuto? Genio viene da gignere, che vuol dire ‘generare’ ed indica lo spirito che assiste l’uomo dalla nascita alla morte ispirandone le azioni. È geniale chi con un colpo d’occhio coglie l’insieme. Come i due che all’ascolto della Parola e nel gesto della condivisione intuiscono l’enormità della resurrezione. Il credente non è uno che pensa ‘positivo’, ma uno che sa vedere e amare le cose create non chiuse in sé stesse, come puri oggetti. Si tratta di “vedere un mondo in un granello di sabbia / e un cielo in un fiore selvaggio. / Chiudere l’infinito in un palmo di mano / e l’eternità in un’ora” (W. Blake). Per questo come i due discepoli di Emmaus, anche noi in un certo stato confusionale per quello che accade dentro e fuori di noi vogliamo gridare, perché diventiamo avvertiti della Sua presenza: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”.
