11 agosto

Portare frutto gioioso

Festa di santa Chiara d'Assisi

S. Chiara 2026
(Os 2,17.17b.21-22; Sal 44 (45); 2 Cor 4,6-10.16-17; Gv 15,4-10)
Monastero di Santa Elisabetta in Verona e monastero “Sancta Maria Mater Ecclesiæ” in Novaglie, martedì 11 agosto 2026

“Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me” (Gv 15,4). “Rimanere” è l’accorato appello del Maestro ai suoi. E si capisce perché. Non siamo fatti solo per andare, ma anche per trovare finalmente un approdo. Credere è trovare stabilità. Non a caso, nella Bibbia, Dio è “colui che rimane”. E per questo Isaia ammonisce: “Se non crederete, non avrete stabilità”. “Rimanere” è necessario quanto andare perché senza questa relazione con il flusso vitale ci si stanca e ci si ferma.

C’è un’ulteriore sfumatura che è la reciprocità. Dice Gesù: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto”. Ciò che nega Dio e lo rende assente dalla scena del mondo non sono atei o agnostici, ma l’insignificanza dei credenti, dai quali non si ricava alcunché di bello e di vitale. Per contro, quando siamo di fronte a credenti che “portano molto frutto” cambia immediatamente la percezione delle cose. Così è nel caso di santa Chiara che, come Francesco, volle vivere nella più radicale povertà. Per questo finì per scontrarsi con Gregorio IX – una monachella della piccola Assisi contro il Papa! – pronto a dispensare Chiara dal voto di povertà, dal non possedere nulla né singolarmente né in comune e che avrebbe voluto dotare il monastero in modo da mitigare quel diniego assoluto. Ma Chiara si oppose con decisione incrollabile e in nessun modo si lasciò convincere. E quando il Pontefice replicò: «Se temi per il voto, noi te ne dispensiamo», Chiara rispose: «Santo Padre, a nessun patto e mai, in eterno, desidero essere dispensata dalla sequela di Cristo». Anche oggi si vedono pochi credenti in giro perché c’è poca affezione per la vita e si finisce per essere sterili. Mi ha colpito quel che diceva un giovane alla sorella rimasta incinta: “Perché vuoi rovinarti la vita! Hai un buon lavoro, grazie a Dio. Perché vuoi perdere la libertà e mettere a rischio la salute?”. Si dirà: un caso quasi maniacale. In realtà, più diffuso di quel che si pensi in una società in cui l’apertura al futuro è condizionata da questa paura di perdere la ricchezza che è diventata l’unica sicurezza, l’antidoto a Dio e alla vita.

“Senza di me non potete far nulla”. È la stoccata finale di Gesù. L’esperienza conferma che senza essere uniti a Lui rischiamo di disperderci e di diventare un tralcio secco, che non porta frutto. Senza radicamento in qualcosa o in qualcuno che ci raccolga dalla nostra dispersione, si perde il gusto di vivere. È impressionante il fatto che mai si sia sentito parlare di depressioni e di tristezze, quando sembrava che non ci mancasse nulla per essere felici e contenti. Il punto è che riuscire nella vita non è riempirsi di foglie senza frutto, ma produrre frutto, cioè lasciar emergere quel grappolo gustoso che dà gioia e produce il vino della festa. Se è vero che la linfa che scorre nelle nostre vene è l’amore di Dio, allora il frutto è chi genera attorno a sé vita e gioia. Come diceva A. Camus: “C’è da vergognarsi ad essere felici da soli”.

condividi su