Giovedì 4 giugno

L’amore diventi più grande della paura

Veglia contro le discriminazioni

Veglia di preghiera per il superamento di ogni discriminazione
(Is 43,1-5; Gv 15,9-17)
Cappella Suore Orsoline (Verona), 4 giugno 2026

Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”. Ci chiama per nome chi ci conosce personalmente, ma nel nostro nome c’è un mistero di cui nessuno può appropriarsi. È il mistero della nostra meravigliosa e unica umanità singolare. Nel nome con cui Dio ci chiama c’è la promessa di una compagnia che cammina con noi, che ci precede, che non ci abbandona. C’è l’invito a fiorire. Questa sera siamo qui per ricordare che ogni persona porta un nome che Dio conosce e che Dio fa risuonare continuamente durante il nostro viaggio nel mondo. In particolare, Dio ha a cuore il nome di ogni persona la cui vita è stata minacciata, ferita o spezzata a causa del suo modo di essere e di vivere. Da Lui, infatti, che ci ha intessuto nel grembo di nostra madre, viene la fantasia dei colori della creazione. Nel suo grembo trinitario sorge l’amore autentico che fa sbocciare le vite.

Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”. L’amore di Cristo ha una fisionomia particolare che possiamo cogliere nei racconti evangelici perché lì la troviamo descritta con verità: nei suoi incontri, nel suo stile nonviolento, nel dono della sua vita. L’amore che Gesù vive rischiamo qualche volta di addomesticarlo. Lo riduciamo entro i limiti di ciò che appare “regolare”, dimenticando che si tratta di un amore sconfinato, estremo e gratuito che arriva a dare la vita. In questo orizzonte, il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo è straordinariamente impegnativo. Dio ci ama in modo illimitato: non ritira il suo amore, qualunque cosa accada e accetta ogni croce. L’amore di Dio è così radicale che arriva ad amare i nemici. Nel cristianesimo non esiste il diritto a odiare qualcuno. “Ogni atomo d’odio che proviamo, anche se magari giustificato dal male che ci stanno facendo, rende il mondo più inospitale” (Hetty Hillesum). Allora la domanda è: sappiamo amare fino in fondo, cioè fino a rinunciare alla nostra vita per coloro che amiamo e che Dio ama? Sappiamo amare fino a sciogliere la linea di confine tra persone amiche e persone nemiche? Sono domande scomode per chiunque di noi. Ma sono queste le domande che il Vangelo ci pone stasera, davanti alle storie di dolore e di amore che questa veglia vuole onorare, davanti ai nomi che Dio porta nel cuore. Gesù non ha mai usato il nome di Dio per togliere il nome agli altri. Gesù ha chiamato per nome chi era ai margini, chi era escluso, chi era giudicato. Ha dato vita là dove il mondo produceva morte.

Stasera vegliamo perché nessun dolore cada nel silenzio e l’amore diventi più grande della paura, più forte del pregiudizio, più vero di ogni parola che esclude. Rimaniamo nell’amore di Cristo. E impariamo, ancora una volta, a chiamarci per nome. E a condividere la vita in Cristo, per il quale, come scrive Paolo “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna” (Gal 3,28).

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