15 agosto 2026

Gratitudine: atto di fiducia e responsabilità

Assunzione di Maria 2026 (Giorno)

Assunzione di Maria 2026 (Giorno)
(Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; 1 Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56)
Cattedrale e chiesa di San Nicolò all’Arena, sabato 15 agosto 2026

“Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo… Ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!»”. Solo una donna poteva cogliere nel segno della vita l’inaspettata visita di una giovane parente. Solo le donne, del resto, sanno cosa è la vita. Come nell’indimenticabile incipit di Lettera a un bambino mai nato, scritto da O. Fallaci: “Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. Mi si è fermato il cuore”. Sì, la vita si accende nel buio e avanza in uno strenuo combattimento con la morte (Cfr. Apocalisse). Questa è la condizione umana, la cui elementare evidenza stiamo smarrendo al punto da non riconoscere più la vita e di rassegnarci alla morte. Esattamente il contrario dell’esperienza di Maria che, contro ogni speranza, mette al mondo un bambino e lo segue fino alla croce quando la violenza umana cerca di soffocare la vita di Dio. In entrambi i casi la vita si fa strada attraverso un travaglio che si carica di dolore, ma sfocia nell’amore.

“Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore»”. Così si avvia il Cantico di Maria che non è soltanto una preghiera di lode, ma un manifesto spirituale, poetico e, in senso profondo, rivoluzionario. Nel corso dei secoli la sua forza evocativa ha superato i confini della liturgia per diventare una delle fonti testuali più musicate della storia occidentale, attraversando epoche, linguaggi e sensibilità artistiche. Il Cantico è, infatti, una parola che esalta la vita anche se umile e rovescia le logiche mortifere, anche se potenti. Maria non canta solo la grandezza di Dio, ma la trasformazione del mondo che tale grandezza comporta. Forse proprio questa ambivalenza ha reso il testo così fecondo per i compositori da Claudio Monteverdi a Johann Sebastian Bach fino ad Antonio Vivaldi e, nella musica contemporanea, fino ad Arvo Pärt.

Il Magnificat, dunque, è un atto di denuncia profetica o di esaltazione poetica. Ma è, anzitutto, un canto di ringraziamento. Maria non pronuncia parole di rivendicazione bensì di riconoscenza. Ringraziare non significa ignorare il dolore del mondo, ma affermare che esso non ha l’ultima parola. La gratitudine diventa così un atto di fiducia e di responsabilità che la musica ha saputo cogliere nella sua tensione più profonda. E qui sta il punto: la gratitudine non nasce dal possesso, ma dalla fiducia; non dall’esito, ma dall’ascolto. Ringraziare, nel Magnificat, significa riconoscere che la storia non è chiusa nelle mani dei potenti, ma resta aperta all’agire di Dio, che opera spesso nel silenzio e nell’umiltà. Così la vita fiorisce e mai si stanca. Sotto lo sguardo di Dio per il quale “perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati” (Mt 10,30; cfr. Lc 12,7).

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