Santuario Madonna di Monte Solane in Fumane, mercoledì 3 giugno 2026
(2 Tm 1,1-3.6-12; Sal 123; Mc 12,18-27)
Mercoledì della IX per annum (Ordinazione diaconale Maurizio Turrini)
“Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”. La domanda dei sadducei – rappresentanti della ricca aristocrazia sacerdotale collusa coi Romani – intende ridicolizzare i farisei che credono nella resurrezione. La storiella da cui partono per interrogare il Maestro è costruita ad arte e mette in scena una donna che sposa in successione 7 fratelli che muoiono uno dopo l’altro senza lasciare figli (sic!). Ciò che colpisce dei sadducei è la totale mancanza di empatia con le realtà tragiche dell’esistenza come la morte, la vedovanza, l’assenza di figli. In fondo, sono dei cinici, appagati e soddisfatti, cui sfugge il senso del limite perché pensano di potersi permettere tutto. Una cosa manca loro: il senso del tempo che è breve.
Gesù non entra in confusione rispetto alla storiella caricaturale che viene presentata, ma taglia di netto la questione. La vita futura non può essere immaginata come la semplice prosecuzione di questa, come una sorta di ricompensa per le frustrazioni e le ingiustizie subite. D’altra parte, tutti ci si chiede che tipo di rapporto avremo con chi abbiamo amato, se e come manterremo un rapporto. Il Maestro è netto: l’aldilà è il segreto di Dio. Solo Lui sa ed è inutile provare ad immaginare che cosa. Ciò che conta è aver per certo che Dio ama l’uomo non a tempo. A tal proposito Gesù cita un passo del libro di Mosè, dove non si parla di resurrezione, ma se ne ricava il senso perché “non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore”. Si capisce che tutto dipende da Dio che ci ha creati e non abbandona al nulla la sua creatura. Se, infatti, Dio non fosse capace di garantire ai suoi la vita oltre i limiti della natura non sarebbe Dio. La comunità cristiana delle origini si distinse nella disincantata atmosfera greco-romana per questa fede che Paolo scrivendo a Timoteo descrive così: “Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo”. Nel Nuovo Testamento la Seconda lettera a Timoteo è una delle poche scritte a destinatari singoli e ‘privati’, dal momento che la maggioranza delle lettere paoline e delle restanti apostoliche sono per lo più indirizzate a comunità. In questo pacchetto di lettere indirizzate a singoli destinatari, la 2Tm possiede l’originalità di essere certamente la più affettuosa e ricca di emozioni, la più intima e familiare. Traboccante di affetti profondi, merita d’essere letta proprio con tutta la profondità del nostro cuore. Di essa vorrei raccogliere per te l’invito “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani”. È la consegna che ti lascio: ravvivare, risvegliare, alimentare questa certezza interiore che ci rende sicuri, forti e contenti. Sicuri di essere in buone mani. Forti di quella consistenza che è propria di chi si dona senza pentimento. Contento cioè appagato e non depresso. Non dimenticare mai le parole di Paolo: “So infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato”.
