Venerdì della IX settimana per annum (Porto san Pancrazio)
(2 Tm 3,10-16; Sal 119; Mc 12,35-37)
Chiesa di San Pancrazio al Porto in Verona, venerdì 5 giugno 2026
“Figlio mio, tu mi hai seguito da vicino”. La Seconda lettera a Timoteo da cui è tratto il frammento ascoltato, è l’ultima lettera scritta da Paolo. Questi si trova in carcere a Roma, non è più il lucido intellettuale della Lettera ai Romani o ai Galati, ma vive l’ultimo tratto come consegna al suo giovane discepolo. Dei suoi innumerevoli collaboratori, Timoteo è quello che gli è rimasto sempre accanto per il suo carattere mite e non contundente e forse questo ha perfino addolcito il carattere ruvido del maestro. Qui a partire da queste parole affettuose che riconoscono a Timoteo la sua vicinanza continua, Paolo fa il suo autoritratto prima di passare a quello del giovane pastore. Nel suo Paolo enumera ben 9 caratteristiche che lo distinguono dagli uomini empi degli ultimi tempi: la prima è l’insegnamento, poi la condotta, i propositi, la fede, la magnanimità, l’amore del prossimo, la pazienza, le persecuzioni, le sofferenze. Le prime tre si riferiscono al suo modo di insegnare; le quattro che seguono sono piuttosto atteggiamenti morali; infine ci sono due situazioni: persecuzioni e sofferenze. Il ritratto di Timoteo è presto detto: “Rimani saldo in quello che hai imparato”. Timoteo è saldo per quello che ha appreso dalla famiglia, dalla nonna, dalla madre, dal suo maestro Paolo; è saldo per la conoscenza profonda delle Scritture che gli consente di affrontare i momenti difficili e pericolosi. Al tempo stesso l’anziano pastore incoraggia il giovane alla perseveranza che gli consentirà di insegnare, convincere, correggere ed educare, nonostante i tempi calamitosi e la presenza di uomini empi.
Gesù nel brano evangelico si confronta con i suoi correligionari che non lo riconoscono come Messia. Per questo li sfida con una domanda provocatoria: “Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide?”, salvo aggiungere poco dopo: “Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?”. Gli scribi affermano che il Messia è figlio di David; ma David nel Salmo 110, lo chiama “Signore”, titolo che, in Oriente, mai un padre avrebbe attribuito al proprio figlio. Così dicendo Gesù lascia balenare che se David afferma che l’atteso Salvatore sarà insieme suo figlio e Signore, bisogna convenire che circa la sua origine il Messia porta con sé un mistero. Qui si introduce la vera prospettiva che è all’origine del sapere e cioè la categoria di mistero, che Einstein descrive così: “La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero: sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. Da uno scienziato non ti aspetteresti né emozioni né mistero. Tantomeno da uno che ha sconvolto la fisica classica, rivelando l’ignoto, il padre della relatività, l’icona dell’intelligenza e della creatività. In una parola sola, un genio. Egli però aveva capito che il sapere non supera il mistero, ma semplicemente lo approfondisce. Cosa sarebbe la nostra vita senza segreti e senza mistero? Credere a Gesù Cristo è non perdere di vista il Mistero.
