Giovedì 4 giugno

Nella direzione di marcia dello Spirito Santo

Ritiro del clero a Madonna della Corona

Giovedì 4 giugno presbiteri e diaconi della Chiesa di Verona sono stati invitati a vivere un momento di ritiro unitario presso il Santuario diocesano della Madonna della Corona.

Dopo la preghiera dell’Ora media, il vescovo Domenico Pompili ha offerto la sua riflessione a partire dalla prima lettura della Liturgia del giorno, festa di San Pietro da Verona. In particolare ha sottolineato come la Seconda lettera di san Paolo a Timoteo sia rivolta al «discepolo fedele e collaboratore dell’Apostolo», che vive la fragilità della solitudine e della frustrazione, da parte di Paolo che è «un missionario anziano che ha sofferto a lungo, che non ha più le illusioni degli inizi e che è arrivato a una fedeltà allo Spirito così profonda da esserne cambiato».

 

 

Entrando nello specifico dei versetti proposti dalla liturgia (2Tm 2,8-14) ha sottolineato tre verbi all’imperativo che lo scandiscono: “Ricordati” dice la motivazione teologica ovvero il kerygma, la storia della salvezza, inserito nell’esperienza personale di Paolo. “Richiama alla memoria” evidenzia come nella missione c’è la comunione con Dio come destino e premio, in quanto «la comunione con il Signore si prolunga nella comunione ministeriale; è una sorta di solidarietà nella sofferenza e la solidarietà con Gesù diventa solidarietà nella chiesa», a partire da un primato assoluto della grazia, che rimane sempre disponibile. “Sforzati” apre il tratto in cui Timoteo viene descritto come un lavoratore, che è secondo mons. Pompili una delle caratteristiche del ministero, che ha una sua pesantezza e durezza, una sofferenza che non fa venir meno fede e speranza, se  «vissuta “con” e non semplicemente “per”» ovvero ritrovando continuamente «la correlazione tra relazione col Signore e ministero quotidiano».

Aprendo allo spazio della contemplazione, il Vescovo ha invitato a pensare alla domanda che spesso fanno i bambini, stretti e annoiati, in macchina: “Quanto manca?“. Ha affermato: «Il Regno di Dio non si raggiunge fingendo di essere già arrivati, ma non si raggiunge nemmeno dicendo che non arriverà mai. Sono due modi diversi per tradire lo stesso percorso: l’illusione e il disfattismo».

Rimandando al Salmo 25, ha inoltre fatto notare come la preghiera sia chiedere l’orientamento e la risposta del Signore sia consegnare una mappa: «Si offre come guida e come compagnia per un viaggio che resta buono anche se non è già tutto previsto». Questo è anche quanto è stato vissuto nella recente Assemblea diocesana, con le priorità consegnate, da guardare non con le proprie «resistenze, paure, abitudini, egoismi» sapendo che non si tratta di percorrere i sentieri propri ma quelli del Signore. Ha approfondito come si tratti di essere una Chiesa che sa stare nella complessità, non ha paura di uscire dai recinti e non ha «clausole di esclusione» sapendo che «la Parola è già là, avanti, lungo la strada. È reale, già accaduta, attiva. Non dipende dalla velocità del nostro abitacolo, non si lascia fermare dalle nostre catene — le nostre stanchezze, le nostre delusioni, i processi che non hanno dato i frutti sperati, le parole fraintese, le persone che se ne sono andate». Proprio a partire dall’Assemblea «noi stiamo camminando. Insieme, con più chiarezza di prima su dove vogliamo andare. Questa strada ha una qualità precisa: è fatta di amore e fedeltà nella condivisione, non di efficienza, di controllo, di solitudine. È esattamente la strada che abbiamo scelto».

La certezza del viaggio non è sapere quanto manca ma sapere che Per questo «la preghiera che abbiamo imparato a fare insieme, in questi mesi, forse senza saperlo non è un progetto da difendere: è una direzione di marcia che lo Spirito ha già imboccato, prima di noi, avanti a noi. Sulla via — il titolo della lettera pastorale che sarà pronta a settembre — non è casuale. Riprende Machado: la strada non c’è già; la strada si fa camminando. E n

Infine, ha fatto un riferimento al luogo — la Madonna della Corona definita già da Giovanni Paolo II “il santuario più ardito d’Italia” — e il territorio diocesano: «La scala è il simbolo di Verona e dice di una correlazione da costruire, quella tra cielo e terra. Che è poi in fondo il compito della chiesa che è “il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG, 1)».

 

Leggi la riflessione completa del Vescovo

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