XXVII per annum 2026
(Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43)
Oppeano, domenica 4 ottobre 2026
“Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”. La dura requisitoria del profeta Isaia che paragona Israele a una vigna fa il paio con la parabola del Maestro, che lascia emergere lo scontro tra Gesù e i maggiorenti del popolo. La parabola evangelica, però, non descrive tanto la vendetta del padrone, ma l’esito fallimentare di una generazione: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. Se guardiamo alla nostra generazione non si sfugge alla sensazione che anche noi stiamo per essere sostituiti. Non è solo il calo demografico a denunciarlo, ma quel clima di ansia e di aggressività che denunciano un fatto: abbiamo sostituito la persona con l’individuo, la relazione con la soddisfazione. Così senza accorgercene ci siamo fatti scippare la nostra umanità. Il suolo umano si è così impoverito e più che di terra l’uomo di oggi sembra soltanto di sabbia.
Cosa fare allora? Intanto ribellarsi a quell’atmosfera da ‘Titanic’ per cui si va verso la catastrofe ed è inutile fare qualcosa. Come i musicisti che continuano a suonare imperterriti. È possibile invece coltivare un’altra saggezza che è quella che san Francesco ha vissuto integralmente. Ma a certe condizioni. La prima è ritrovare la dimensione invisibile, spirituale per cui si diventa curiosi, capaci di meraviglia e di stupore. Diversamente se tutto è “piatto” si cederà al consumismo e alla gratificazione immediata dei desideri. La seconda è scoprire la bellezza della cultura che non è un sapere nozionistico, ma uno strumento vivo per dare radici, identità e senso del futuro. La terza è ritrovare il legame con la natura, ristabilendo un contatto genuino con il mondo fisico e i ritmi naturali, per contrastare la solitudine dei display elettronici. E, infine, la quarta è incontrare adulti autorevoli che non abdichino al proprio ruolo, tornando a essere guide stabili e coerenti. E qui tocchiamo il cuore del Vangelo: siamo amati da Dio prima che diventiamo noi degli amanti! Per lasciar intendere questo occorrono genitori che semplicemente si vogliano bene e trasmettano con la loro vita questa energia positiva che è più forte di ogni paura. In concreto, questa forza d’amore aiuterà i figli a crescere onesti e non furbi, intelligenti e non semplicemente smart, generosi e non opportunisti. Paolo evoca addirittura la parola ‘virtù’: “quello che è vero (non falso), quello che è nobile (non trash), quello che è giusto (non disonesto), quello che è puro (non doppio), quello che è amabile (non horror), quello che è onorato (non disprezzato)”. Un tempo l’ipocrisia era il debito che pagava il vizio alla virtù. Oggi il contrario. San Francesco d’Assisi, di cui celebriamo la festa nell’VIII centenario della sua morte, esercita ancora oggi un fascino irresistibile. Fu definito un ‘uomo nuovo’ per la sua vita semplice, libera e fiduciosa. Non basterà ammirarlo se non impareremo a seguirlo per la sua strada che conduce direttamente alla gioia del Vangelo.
