Sabato 3 ottobre

Tutto è dono di Dio

Transito di san Francesco 2026

Transito di san Francesco 2026 (San Bernardino)
Chiesa di San Bernardino in Verona, sabato 3 ottobre 2026

Tra il 28 settembre e il 1° ottobre 1226 Francesco compie un gesto umanissimo, scrivendo ad una nobile romana: “A donna Jacopa, serva dell’Altissimo, frate Francesco poverello di Cristo augura salute e la comunione dello Spirito Santo nel Signore Gesù Cristo. Sappi, carissima, che Cristo benedetto, per sua grazia, mi ha rivelato che la fine della mia vita è ormai prossima. Perciò, se vuoi trovarmi vivo, vista questa lettera, affrettati a venire a Santa Maria degli Angeli. Infatti, se verrai non prima di tale giorno, non mi potrai trovare vivo. E porta con te un panno di cilicio in cui tu possa avvolgere il mio corpo e la cera per la sepoltura. Ti prego ancora che mi porti quei dolci, che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma” (FF 253-255).

Vien da dire che la morte è questione troppo seria per diventare una forma di autopromozione. Ma tant’è. Il rischio che corriamo sempre a proposito della morte è che per liquidarla la volgiamo ad altri scopi. Come quando ne facciamo una scusa per tessere l’elogio di qualcuno e per finire di parlarne in termini retorici. Per evitare questo rischio occorre persuadersi che l’enorme spazio che ha nella memoria francescana il momento del transito è una verità fondamentale della vita cristiana, di cui Francesco è l’esemplare più riuscito. Non contano però tanti particolari, come i dolcetti di donna Jacopa, ma la realtà pura e nuda della fine. Questa coscienza di abitare in un corpo mortale non ci appartiene più. Infatti, abitualmente nella nostra società post-mortale tale consapevolezza è censurata. Il post-mortale, infatti, cerca di togliere ogni appiglio all’uomo nella sua fatica di affrontare la vita, eliminando anche solo il nome della morte che viene sostituito da sinonimi. Ma togliendo all’uomo la fatica, e anche il dolore, del senso, viene tolta pure la possibile gioia e beatitudine che l’uomo trova nell’affrontare il mestiere di vivere. A fronte del permanere della morte, occorre riflettere su ciò che si perde quando si liquida il senso della nostra mortalità. È solo quando si ha il senso del valore e della preziosità di una cosa, di una persona, di una relazione, di una situazione, quando perde tale cosa, quando muore una persona, quando finisce quella relazione, quando non si trova più in quella data situazione. Dimenticare la morte significa perdere la nostra umanità e con essa perdere la nostra autenticità. A vantaggio dell’indifferenza, della sfrontatezza, della superficialità.

Il transito di Francesco ci restituisce alla nostra umanità e la rende tenera nel senso dell’abbandono a Dio dal quale veniamo e al quale andiamo. Specialmente grazie a quella parola “sorella”. “Sorella” non solo perché la morte non risparmia nessuno e tutti di fronte ad essa sono uguali. Ma anche perché, come ci fa morire, nel tempo ultimo anch’essa morirà. “Laudato si’ per sora nostra morte corporale”. Nel momento più drammatico della vita san Francesco sente la forza dello Spirito che gli rivela la morte come “sorella”. Vuole così restituire a Dio ogni suo bene: tutto è ricevuto da Lui, e tutto deve rendere a Lui. È il sentimento che modifica il timore e il tempo della fine in un atto di abbandono totale perché tutto ciò che siamo e possediamo è dono divino.

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