Sabato 26 settembre

Diventare artigiani di pace

Inaugurazione Centro pastorale immigrati

Inaugurazione Centro pastorale immigrati
Parrocchia di San Giacomo Maggiore in Verona, sabato 26 settembre 2026

Tagliare un nastro. Lo si potrebbe fare anche per l’apertura di un negozio. Ma qui il gesto apre qualcosa di diverso: non uno spazio qualunque, ma un luogo pensato per far incontrare chi già vive qui e chi arriverà, e che dovrà trovare ospitalità e compagnia. Dante lo sapeva bene. Lo fa dire al trisavolo Cacciaguida, nel canto XVII del Paradiso, quando gli annuncia l’esilio: “Tu proverai sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale”. Fu un esilio che, per un tratto, portò lo stesso Dante proprio qui, ospite degli Scaligeri. Il sale di quel pane, la fatica di quelle scale: chi arriva qui li conosce già. Non deve conoscerli anche in questa casa.

Qui lo sguardo sul futuro si costruisce aprendo spazi per stare insieme, dialogando senza dover dimostrare le proprie ragioni, condividendo una lingua, un gioco, uno sport.

Un Centro pastorale immigrati che si offre a un territorio è una benedizione per il territorio. E un territorio vivo, pieno di bisogni e di desideri, è una benedizione per il Centro pastorale immigrati.

Pastorale: non vuol dire che si cerca di convertire. Si potrebbe pensare che prima si accolga e poi si proponga qualcosa. Non è così. Il Vangelo che qui vogliamo far vivere non cerca adesioni. Vuole solo mostrare e far sperimentare che una vita abitata da Dio è una vita di amicizia e di solidarietà. Vale per chi crede, per chi non crede, per chi crede diversamente da noi.

Un dialogo che non converte e un Vangelo che non impone hanno bisogno di qualcuno disposto a costruire con il proprio tempo, non solo con le intenzioni. Diventare artigiani di pace non è una frase da appendere all’ingresso. È un mestiere che si impara sbagliando: nella mediazione che la prima volta fallisce, nella lingua che non si capisce, nella pazienza che non basta mai. Chi lavora e lavorerà qui dentro lo farà da artigiano: punta sui legami, non sulle procedure.

C’è un’ultima ragione, forse la più urgente: le giovani generazioni. Sono loro a dover abitare insieme una città che noi adulti, spesso, ci limitiamo a dividere anche con le parole – i figli e le figlie di chi arriva, i figli e le figlie di chi già c’è.

Ogni volta che qui nascerà un rapporto tra persone di provenienze diverse si starà costruendo, senza dirlo, un pezzo di futuro per loro. Un ponte non si annuncia: si genera, un incontro alla volta, e si vede solo dopo che qualcuno lo ha già attraversato.

Sto per tagliare questo nastro. Da oggi, da questa porta, non entreranno “gli immigrati” e non entrerà “la comunità”: entreranno persone, una alla volta, con un nome. È chiamandole per nome, una alla volta, che si tiene aperta la porta che oggi si apre.

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