25 ottobre 2026

Francesco, alter Christus

Pellegrinaggio diocesano ad Assisi

Pellegrinaggio diocesano negli 800 anni della morte di San Francesco 2026
(Gal 6,14-18; Sl 16; Mt 11, 25-30)
Assisi, 25 settembre 2026

“Porto nel mio corpo le stigmate di Gesù”, afferma Paolo alludendo al fatto di essere stato picchiato dai suoi avversari e di conservare le tracce fisiche dei colpi ricevuti. Anche san Francesco portava nel suo corpo i ‘segni’ della passione di Cristo, su cui aveva meditato nei suoi soggiorni solitari, incrociando nel silenzio il Crocefisso. Si è molto discusso sulla storicità di questo fatto a causa delle diverse versioni offerte, ma non è possibile mettere in dubbio un dato: il corpo di san Francesco presentava tracce non solo delle sue penitenze corporali, ma anche di una straordinaria esperienza nella fase finale della sua vita. Ciò che conta però non è fermarsi all’aspetto straordinario, come san Bonaventura che vi vede una sorta di ‘sigillo’ in cera lacca che conferma la bontà dell’Ordine francescano, quanto concentrarsi sul senso di questa trasposizione delle ferite di Cristo nel corpo del Santo. Più che la conferma del fatto che Francesco è diventato alter Christus, le stigmate appaiono come l’esito di una singolare esperienza di Dio. Per la quale “lo spirito si è rivelato nella carne”. Le stimmate, insomma, oltre ad essere un ‘segno’ dell’amore ardente di Francesco per Gesù sono pure una prova della concretezza dell’amore che non è mai un sentimento di vaga compassione. Ma sempre una prova di pazienza e di vicinanza, anche quando nel caso dei lebbrosi si è presi da una istintiva repulsione.

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”, dice il Maestro. Gesù – in polemica coi circoli giudaici più rigidi – si autodefinisce né violento né altero. A questo proposito, c’è un episodio nella vita di S. Francesco che fa comprendere l’esatta portata del profilo del Maestro. Mi riferisco all’incontro tra il poverello di Assisi e il sultano Malik al-Kamil. Si trattò, a dire il vero, di una spedizione del tutto improvvisata. Francesco si mise alla ricerca del suo interlocutore senza alcun interprete e senza alcuna mediazione. Ma come nota Giacomo da Vitry: “volle recarsi, intrepido e munito solo dello scudo della fede, nell’accampamento del sultano d’Egitto” (VitryHoc 14: FF 2227). L’incontro si risolse in un nulla di fatto, ma è un fatto cui ispirarsi anche oggi. A trovarsi di fronte furono due personaggi tanto diversi, eppure quanto vicini! Tommaso da Celano e san Bonaventura invece collegano il viaggio alla sete di martirio di san Francesco, come se avesse sfidato il sultano alla prova del fuoco. Giotto si ispirerà a questa lettura polemica, dove gli occhi di Francesco e del sultano si sfiorano, ma non si incontrano. Un “falso d’autore” che ha alimentato la lettura dello “scontro di civiltà” fino ad oggi. Cosa impariamo dall’incontro di Damietta? Due cose. La prima è che l’evangelizzazione consiste nel fare il primo passo verso l’altro, senza altro mezzo che non sia la propria fede, nuda e pura. Ciò di cui c’è bisogno oggi è lo slancio interiore che conduce dove la prudenza, il realismo, la convenienza non ci porterebbero mai. La seconda è che la testimonianza oggi più necessaria è la fraternità umana, cui sono chiamati tutti i credenti nell’unico Dio.

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