Venerdì della XXIII per annum (inizio anno del Giberti)
(1Cor 9,16-19.22b-27; Sal 84; Lc 6,39-42)
Cappella del Centro Carraro, venerdì 11 settembre 2026
“Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro»”. Il rapporto maestro/discepolo è importante anche oggi. Ma questo rapporto era ancora più importante al tempo di Gesù, quando non c’erano libri e tutta la saggezza si trasmetteva per via orale, da maestro a discepolo. Nel mondo moderno il discepolo vive a casa sua e va alcune ore al giorno a scuola, in genere non presso un solo maestro, ma più maestri. Al tempo di Cristo, il discepolo andava a vivere con il maestro, imparava standogli accanto notte e giorno, osservando come viveva, rispondeva, si comportava. C’era una trasmissione di esistenza, non solo di dottrina. Anche Gesù fa lo stesso: invita i suoi futuri Apostoli a “stare con lui” prima di mandarli a predicare. In un punto Gesù si distacca però anche da quello che avveniva al suo tempo tra maestro e discepoli. Questi si pagavano, per così dire, gli studi servendo il maestro. Con Gesù avviene il rovescio: è Lui che serve i discepoli.
“L’educazione non cambia il mondo: cambia le persone che cambieranno il mondo” (Freire). Va preso sul serio l’avvertimento di Gesù: “un cieco non può guidare un altro cieco”. In effetti, i giovani non ascoltano quello che diciamo. Guardano quello che facciamo. E cosa vedono? Spesso adulti insensibili ai disastri del mondo: guerre, mobilità umana, pianeta in fiamme. Adulti presi da simulacri: successi da esibire, prestazioni da ottimizzare, profilo da curare. Qui occorre esser chiari: non abbiamo confidenza con la sconfitta. Viviamo in una cultura che rimuove sistematicamente male, dolore, sofferenza, fallimento, limite, vecchiaia, morte. Obbliga al successo. Il lieto fine, però, non è garantito, ma va costruito. Di qui almeno quattro atteggiamenti da coltivare insieme. Il primo è testimoniare la vulnerabilità. Il fallimento non è la fine, il limite non è la vergogna; la vita continua, anzi spesso comincia, proprio da qui. Il secondo è perdere tempo per la gratuità. Stare con calma, senza fretta, al di là del tempo stabilito. Il terzo è perdere tempo per la cultura, non come ornamento, ma come strumento per leggere il mondo, per non farsi ingannare dai simulacri, per restare capaci di stupore e di giudizio critico. Il quarto è lasciarsi toccare dai disastri del mondo senza restare indifferenti, ma esprimendo un giudizio. Quel che conta è educare alla speranza, non al lieto fine.
Forse non va dimenticato mai che le barche non sono fatte per restare in porto. Offriamo dunque ai ragazzi e alle ragazze non un porto sicuro, ma la bussola, le stelle e il coraggio di prendere il largo. Non da soli. Né loro né noi. La scuola è sempre un’opera corale: è il villaggio che cresce il bambino, è la comunità che porta il giovane, è la Chiesa che tiene aperto lo spazio del divenire.
