Santi Pietro e Paolo 2026
(At 12,1-11; Sal 33; 2 Tm 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19)
Cattedrale di Verona, lunedì 29 giugno 2026
“Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo”. La rocambolesca fuga dal carcere di Roma è per l’apostolo Pietro l’ennesima conferma che la vita dietro al Maestro è imprevedibile. Così, del resto, era stato sin dal primo incontro, in un giorno qualsiasi, sulle rive del lago, quando nel riassettare le reti fu costretto improvvisamente a rimettersi in acqua per la pesca. Un oscuro figlio di un falegname lo aveva costretto a fare quel che di giorno non si fa, soprattutto dopo una notte infruttuosa (cfr. Lc 5,4-5). Gesù, che era un falegname, non era un esperto di pesca: eppure Simone il pescatore si fida di questo rabbi, che non gli dà risposte, ma lo chiama ad affidarsi. Pietro non poteva ancora immaginare che un giorno sarebbe arrivato a Roma e sarebbe stato “pescatore di uomini” per il Signore. Pietro impara così che cosa significa veramente seguire Gesù. Credo che i nostri confratelli che oggi celebrano il 70°, il 60°, il 50° e il 25° di sacerdozio potrebbero sottoscrivere che da quel giorno dell’ordinazione molte sono state le conversioni cui sono stati indotti dalla vita. Anche un prete, infatti, si affida a Dio ma non sa esattamente cosa lo attende lungo il sentiero della sua vita. Le diverse conversioni di Pietro e quelle dei nostri presbiteri oggi festeggiati sono un insegnamento e una consolazione per tutti noi. Anche noi ci aspettiamo che Dio sia forte nel mondo e trasformi subito il mondo secondo le nostre idee. Dio sceglie un’altra strada. Dio sceglie la via della trasformazione dei cuori nella sofferenza e nell’umiltà.
“Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero”. A scrivere così è Paolo, il tredicesimo Apostolo. Colui grazie al quale il cristianesimo non diventò mai una setta. Dai cristiani di Gerusalemme Paolo era venuto a sapere di una nuova fede, un “nuovo cammino”, una “via” che poneva al centro non tanto la legge di Dio, quanto piuttosto la persona di Gesù, crocifisso e risorto, a cui veniva ormai collegata la remissione dei peccati. Anche per i preti questa è stata l’esperienza che ha segnato il loro percorso di vita: la relazione con Gesù e insieme la cura per gli altri. Da qui deriva una lezione importante per tutti: ciò che conta è porre al centro della propria vita Gesù Cristo, sicché la nostra identità sia contrassegnata essenzialmente dall’incontro, dalla comunione con Cristo e con la sua Parola.
Il Vangelo si è diffuso fino ai nostri giorni grazie a due uomini diversi e imperfetti che hanno reso la testimonianza suprema che, nel loro caso, si spinse fino al sangue sotto l’imperatore Nerone a Roma, dove sono conservate e venerate le spoglie mortali. Come non ringraziare il Signore per averci donato cristiani di questa statura? E come non ringraziare il Signore per questi preti diversi e imperfetti che da decenni rendono un’analoga testimonianza se non con lo stesso effetto, di sicuro con lo stesso affetto per Cristo e per la Chiesa.
