Giovedì 4 giugno

Il ministero nella via della Chiesa

Ritiro del clero a Madonna della Corona

Lectio coi presbiteri e diaconi
(2Tm 2,8-15)
Santuario Madonna della Corona, 4 giugno 2026

1. Introduzione

Chi è Timoteo e chi è Paolo quando scrive a Timoteo

Timoteo è discepolo fedele e collaboratore dell’Apostolo; viene scelto per numerose missioni presso le Chiese; è coautore delle Lettere di Paolo; è formatore di cristiani discepoli a partire dalla formazione e dall’esempio di vita del suo maestro, discepoli che, a loro volta, ne educheranno altri. Timoteo, a differenza di Marco e Barnaba, non ha mai avuto contrasti con l’Apostolo perché, da quell’uomo devoto che era, si piegava volentieri al carattere non facile del maestro. Si ha quasi l’impressione che Timoteo corregga in qualche modo la durezza di Paolo, che metta pace e infonda calma pur portando il peso di una responsabilità in seconda posizione. Tuttavia anch’egli ha il suo lato debole: è fragile, avverte la solitudine quando rimane solo, si sente frustrato e indeciso, ed è bello leggerlo nei suoi doni e nei suoi momenti di difficoltà, di prove.

La II Lettera a Timoteo è l’ultima scritta da Paolo. Senza entrare nel merito dell’autenticità delle Lettere pastorali, si entra facilmente nella psicologia di un missionario anziano che ha sofferto a lungo, che non ha più le illusioni degli inizi e che è arrivato a una fedeltà allo Spirito così profonda da esserne cambiato. Non siamo più di fronte al Paolo della Lettera ai Romani, delle ampie visioni della Lettera ai Galati. Non siamo più di fronte al giovane Paolo. Orami ha visto tante cose che sperava non accadessero e ora il suo compito non è di cominciare dagli inizi, bensì di continuare nella sequela di Cristo malgrado gli insuccessi sperimentati. La differenza di età va certo considerata, gli anni segnano il carattere di una persona e occorre prestare attenzione alla fase della vita nella quale ci si trova. C’è chi rimane per tutta l’esistenza nell’entusiasmo dei diciotto anni, della prima missione, però in generale si registrano quei cambiamenti descritti nelle Lettere pastorali.  Nella II Timoteo noi abbiamo a che fare con un presbitero che ha lavorato spendendo tutte le sue energie per costruire una comunità bella, ricca di doni di Dio, e a un tratto si accorge che la comunità non corrisponde ai suoi desideri. Paolo, affaticato dalla prigionia a Roma, rilegge il suo percorso, rivede i volti di collaboratori che l’hanno lasciato e, alla luce delle tante prove subite, ricomprende il disegno meraviglioso di Dio e il mistero della divina misericordia.

 

2. Lectio di 2 Tm,8-14

Il fuoco di questo passaggio che andiamo a decifrare è: preparati a portare il peso del ministero, della missione che ti è stata affidata dal Signore Gesù. Tre sono i verbi all’imperativo che scandiscono la comunicazione dell’Apostolo: “ricordati”, “richiama alla memoria”, “sforzati”.

Questi versetti contengono la motivazione teologica dell’esortazione (v.8; l’esperienza di Paolo (vv 9 e 10), un antico inno cristologico. “Ricordati che Gesù Cristo della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore, ma la parola di Dio non è incatenata. Perciò io sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. La motivazione teologica è inserita nell’esperienza personale di Paolo che si identifica con il suo messaggio perché il suo destino è lo stesso. Si tratta di un riassunto del kerigma, della storia della salvezza: la promessa di Dio nel Nuovo Testamento, Gesù morto e risorto.

Con il v 11 si introduce di nuovo un avvertimento. Non più “Ricordati”, ma “Richiama alla memoria queste cose e cioè “Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo”. Insomma: Signore, tu non mi dici: và e fa, ma rimani con me, stiamo insieme, la nostra è comunione di destino e di premio. Non è solo “per” te che devo vivere gli impegni del ministero, ma “con” te. Dal cuore di Paolo sgorga questo inno stupendo perché nelle sue innumerevoli disavventure ha sperimentato che “Gesù era con lui”: “Cinque volte ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato”, però il Signore era sempre con me (2 Cor 11,24). Insomma, la comunione con il Signore si prolunga nella comunione ministeriale. E’ una sorta di solidarietà nella sofferenza e la solidarietà con Gesù diventa solidarietà nella chiesa.

Infine, la terza e la quarta affermazione: “Se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso”, sviluppa un’altra prospettiva decisiva: c’è dunque una vittoria della grazia anche laddove uno si chiude, perché in Gesù Dio rimane disponibile. E’ il primato assoluto della grazia: se rinneghiamo Gesù, Lui ci rinnegherà e tuttavia, essendo fedele, essendo la rivelazione del Dio immensamente buono e immensamente misericordioso, non rinnegherà sé stesso. Ci salverà. Sembra qui che il rinnegamento più grave consista nel rifiutare di non venire rinnegati.

C’è un ultimo imperativo accorato: “Sforzati di presentarti a Dio come una persona degna, un lavoratore che non deve vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità”. Qui Timoteo viene descritto come un “lavoratore”. Negli anni passati, in occasione di questo pellegrinaggio dei presbiteri e dei diaconi con il vescovo al Santuario della Madonna della Corona, con diverse accentuazioni. Ricordate’ Il pastore è stato definito come un “profeta” (2023), quindi come un “pescatore” (2024), infine, come un “capo” (2025). Oggi, finalmente, come un “lavoratore”. Sì perché il ministero è un “lavoro”! Su questa interpretazione mi soffermo ancora un istante per ricavarne tre spunti di meditazione.

 

3. Meditatio

Il peso del ministero

          Poco prima l’Apostolo aveva sviluppato tre metafore (soldato, atleta, agricoltore) per richiamare tre professioni rischiose, pericolose, che comportano di lottare secondo le regole e di affaticarsi nell’attesa. Il comune denominatore dei tre simboli è la sofferenza. Per dire che il ministero pesa e Paolo lo sa per esperienza, stando in carcere a Roma. D’altra parte, ogni mestiere, ogni professione umana pesa. E’ un richiamo sapienziale, non inutile per chi è agli inizi di un compito di responsabilità: la vita è pesante per tutti e ci sono delle professioni più dure del ministero. Pensiamo alla vita di tanti segnate da sofferenze, fatiche, lotte, tensioni, sacrifici. Se tanta gente sopporta il peso della vita, tanto più devono accettarla chi ha scelto di dedicarsi al servizio del Signore. Senza dimenticare che anche il ministero ha le sue soddisfazioni, le sue corone, i suoi premi. Le promesse divine valgono assai più della vittoria per il soldato, della corona per l’atleta, del frutto per l’agricoltore. La nostra situazione che è difficile e gravosa, è comunque di privilegio e di gioia. Quando perdiamo di vista il senso del cammino, delle piccole gioie del ministero, abbiamo forse perduto già qualcosa della fede e della speranza.

Il soffrire con Gesù

Questo modo di intendere la sofferenza come vissuta “con” e non semplicemente “per” è fondamentale. E aiuta a ritrovare la correlazione tra relazione col Signore e ministero quotidiano. Talora affiora una sorta di schizofrenia nel nostro modo di essere lavoratori nella vigna del Signore. Altro sarebbe il rapporto con Lui e altro quelle che sono le incombenze della vigna da lavorare. Ma le due realtà stanno o cadono insieme. E la prova del nove dell’autenticità del nostro sentire è precisamente il convivere con Lui nel bene e nel male, senza creare fratture rispetto a quella che è la fatica del quotidiano. Dunque, è salutare trovare ritmi e tempi sempre più umani, ma senza mai pensare di eliminare del tutto fatica, sudore, dolore perché così non si salva nessuno, neanche noi stessi dal nostro Ego.

Il profilo del pastore: “un lavoratore”

Mi piace questa definizione così laica del ministero come di un lavoro. Sembra tolga qualcosa all’aura della parola più abituale che è “vocazione”. Ma se è vero che ogni lavoro è una vocazione. E’ vero anche il contrario: ogni vocazione è pur sempre un lavoro. Lavoro è termine che viene dal latino labor, utilizzato dagli antichi romani per indicare il movimento faticoso o la sofferenza. È collegato alla radice indoeuropea e sanscrita labh- o rabh-, che significa “afferrare” o “intraprendere”. Dunque, dentro la parola “lavoro” c’è sia la componente della fatica, sia quella dell’intrapresa. Noi lavoratori siamo da intendere nel doppio significato sia del lottare che dell’intraprendere. Forse una interpretazione più distante da quella bucolica immagine del pastore o del pescatore che dice di uno sforzo che non è solo fisico, ma anche immaginativo e creativo, capace di azzerare distanze e pregiudizi.

 

4. Contemplatio

C’è una domanda che spesso i bambini fanno quando si viaggia in macchina in un percorso lungo: «quanto manca?». La loro esperienza è di costrizione e di noia: stanno fermi dentro un abitacolo stretto, senza potersi muovere troppo, senza poter fare uno di quei giochi divertenti all’aria aperta. A complicare le cose ci si mette magari il panorama delle autostrade che scorre monotono fuori dal finestrino. I particolari sfuggono: tanto per fare un esempio, non si possono vedere i singoli fili d’erba che invece sarebbero toccabili a uno a uno se si stesse rotolando o cogliendo fiori su quel prato. La mente di per sé impaziente dei bimbi, inoltre, inasprisce la propria insofferenza quando la meta è allettante, magari il mare o la casa dei nonni che vivono in un’altra città. «Quanto manca?» è la domanda di chi avverte una promessa e ha bisogno di capire se e quando si realizzerà. Non manca molto, si sentono dire i bambini.

Il Regno di Dio non si raggiunge fingendo di essere già arrivati, ma non si raggiunge nemmeno dicendo che non arriverà mai. Sono due modi diversi per tradire lo stesso percorso: l’illusione e il disfattismo. Il Salmo 25 della liturgia di oggi esprime bene tutto questo. Non è un Salmo di chi è arrivato: è un Salmo di chi chiede la strada. Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”. Chi prega così non è fermo, è in cammino, ma ha bisogno di orientamento. E il Signore che risponde non consegna una mappa: si offre come guida e come compagnia per un viaggio che resta buono anche se non è già tutto previsto. Riguardo la promessa. La lettera a Timoteo ci invita a ricordarci di Gesù Cristo e ci mette di fronte a un fatto: qualunque cosa ci accada, “la Parola di Dio non è incatenata”. Riguardo la speranza: siamo in viaggio e in compagnia dello Spirito del Risorto, non dobbiamo temere.

Nella recente Assemblea diocesana (16 maggio u.s.) abbiamo cercato il fuoco di Dio e ne abbiamo avvertito il calore. Non nelle nostre risposte preparate, ma in quello che il popolo di Dio ci ha restituito: la cura della liturgia, la cura delle fragilità, la cura dei percorsi di formazione, la cura delle relazioni. Quattro parole che non sono un programma: sono la forma concreta che prende il doppio comandamento quando una comunità lo prende sul serio. Eravamo lì. L’abbiamo visto accadere. E questo non si dimentica facilmente.

Occorre però vigilare su una tentazione interiore. La grammatica di chi non custodisce ma pretende ha come soggetto l’ego e come oggetto tutto ciò che riguarda la propria grandezza. Non dovremmo mai sacrificare le vite delle comunità sull’altare delle nostre resistenze, paure, abitudini, egoismi. Il Salmo lo dice a modo suo: “tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà”. Non i nostri sentieri preferiti, non le strade che abbiamo sempre percorso — i sentieri del Signore.

I temi usciti dall’Assemblea riguardano cose che accadono nel mondo, in mezzo alla vita reale delle persone. È qui che, come chiesa, vogliamo stare: nella complessità (E. Morin), con la libertà di chi sa qual è la sorgente — il doppio comandamento dell’amore — e non ha paura di portarla fuori dai recinti. L’Assemblea ha scelto con forza la cura delle vite fragili, e lo ha detto in modo concreto: le nostre comunità sono chiamate a essere luoghi in cui ogni persona trova casa: amare il prossimo come se stessi non ha clausole di esclusione.

È la risposta definitiva alla domanda dei bambini in macchina. Quanto manca? Non lo sappiamo di preciso, ma abbiamo una certezza: la Parola è già là, avanti, lungo la strada. È reale, già accaduta, attiva. Non dipende dalla velocità del nostro abitacolo, non si lascia fermare dalle nostre catene — le nostre stanchezze, le nostre delusioni, i processi che non hanno dato i frutti sperati, le parole fraintese, le persone che se ne sono andate.

La preghiera che abbiamo imparato a fare insieme, in questi mesi, forse senza saperlo non è un progetto da difendere: è una direzione di marcia che lo Spirito ha già imboccato, prima di noi, avanti a noi. “Sulla via” — il titolo della lettera pastorale che sarà pronta a settembre — non è casuale. Riprende Machado: la strada non c’è già. La strada si fa camminando. E noi stiamo camminando. Insieme, con più chiarezza di prima su dove vogliamo andare. Questa strada ha una qualità precisa: è fatta di amore e fedeltà nella condivisione, non di efficienza, di controllo, di solitudine. È esattamente la strada che abbiamo scelto. Continuiamo. Lasciandoci guidare da Maria qui venerata in questo Santuario definito sul Corsera di oggi: “il santuario più ardito d’Italia” perché una scala di roccia verso il cielo (!). La scala è il simbolo di Verona e dice di una correlazione da costruire, quella tra cielo e terra. Che è poi in fondo il compito della chiesa che è “il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG, 1). Stando in questo Santuario mariano, ci lasciamo ispirare a tal proposito dall’episodio di Ain Karin (Lc 1,39-45): ben più che una semplice visita di cortesia!: Forse più propriamente un momento di rivelazione. La scena della Visitazione mostra un guadagno nella comprensione che le due donne hanno della loro esperienza, di quanto sta accadendo e della loro missione. È  lo Spirito che presiede al “miracolo dell’incontro” e alla ricchezza che esso produce. La comunione ecclesiale nasce e vive dell’annuncio del Vangelo, donato e accolto nella libertà (cfr. LG 17), e della sua comprensione sempre più approfondita, grazie all’apporto di carismi, esperienze, competenze, riflessioni di tutti e di tutte, segnati dall’unzione dello Spirito (cfr. LG 12) e dalla predicazione di coloro che dallo stesso «Spirito hanno ricevuto carisma certo di verità» (DV 8).  L’Assemblea è stata per questo motivo la condizione per assumere uno sguardo “profondo” sul nostro tempo al fine di riconoscere ed intercettare i passi di Dio, per rimanere obbedienti alla sua volontà. Tutti sono portatori di una parola unica e quindi soggetto co-costituenti il “Noi dei credenti”: nessuno è solo destinatario dell’azione pastorale o annunciatore solitario della fede cristiana.

Le parole della Magnifica Humanitas (n. 245) svelano al fine “quanto manca”:

“Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno. Nella fedeltà umile di ogni giorno, anche il tempo dell’IA può diventare un passaggio in cui lo Spirito fa maturare la civiltà dell’amore nella nostra vita: il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza alla luce dell’Incarnazione. Affido questo desiderio alla Madre di Cristo, alla donna del Magnificat, perché accompagni i nostri passi nel presente che cambia e custodisca in ciascuno di noi la fiducia nel vangelo, così che possiamo testimoniare la bellezza di una magnifica umanità abitata da Dio”.

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