“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Le parole di Gesù suonano, a prima vista, sprezzanti, quasi una presa di distanza dai suoi familiari. Non che il Maestro voglia cancellare quella tela invisibile di affetti e di emozioni che ci lega tra fratelli e sorelle, ma perché sa che non basta questo vincolo. Non è l’automatismo del Dna che crea relazioni profonde e durature e tutti sappiamo che un conto è essere genitori e un conto è diventare padre o madre. Genitori si diventa anche per caso; padre e madre invece nasce da una scelta e da un impegno duraturi. Non è forse quello che è accaduto tra Osvaldo Bagnoli e Verona? Senza accorgersene, senza dirlo neppure a sé stesso, Osvaldo è diventato non solo il “padre” dei suoi “ragazzi”, ma anche quello di un’intera Città. Dove aveva incontrato, arrivando da calciatore, Rosanna. Si racconta che l’amore tra i futuri genitori di Francesca e di Monica sia nato guardando il film “Arianna” con Audrey Hepburn e Gary Cooper, in cui entra in scena il peggio per una coppia, tra tradimenti e tentativi di omicidio. Quel film – quasi la rappresentazione del disamore più che dell’amore – è stato riscritto dalla vicenda sentimentale e sportiva di Osvaldo. Quel che colpisce nella sua storia è la perfetta aderenza alla terra, unita ad uno sguardo sempre proiettato in avanti, mai ripiegato su di sé. Uno sguardo aperto ad “altro” e ad “oltre”. Per quanto definito “pessimista”, addirittura uno “Schopenhauer del pallone” (G. Brera), Osvaldo era semplicemente concreto, realista, sobrio. Non sprecava parole. Anche all’indomani del più imprevedibile successo.
“Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli!”. Il gesto inclusivo della mano di Gesù allargata a tutti i suoi discepoli, ivi inclusi la madre e i suoi parenti, sta a dire uno sguardo più ampio che introduce l’utopia dell’unità. Il vincolo familiare resta quello più concreto e più stretto. Ma non privo di ambiguità. Soltanto la tensione di tutti verso il bene comune crea l’unità che è più forte di ogni interesse e di ogni divisione. La mitica vittoria dello scudetto, da parte di una squadra e di una Città ritenute lontanissime da tale possibilità, dice una cosa urgente da riscoprire. È accaduto che una comunità fatta di persone diverse per ascendenza sociale e culturale, oltre che per sensibilità politica e possibilità economica, si è ritrovata “una”, grazie al gioco del calcio. Non per via di una convergenza di interessi, ma per la gioia di esultare e di festeggiare. Osvaldo e i suoi ragazzi hanno così dimostrato che le gioie vere nascono sempre dalla qualità delle relazioni.
“Se cercate i ladri, sono di là!”. Così dicendo, Bagnoli, indicava ironicamente lo spogliatoio della squadra avversaria, alla polizia venuta per indagare su un vetro rotto. La sua ironia asciutta si accendeva per il calcio, sempre nel nome di quel senso di giustizia che aveva dentro. Vogliamo sperare che possa ripeterle in quel segreto spogliatoio che è la vita che ci attende tutti, dove come scriveva il patrono san Zeno che qui veneriamo: “nessuno ruba, nessuno rapina, nessuno è bisognoso, nessuno muore”.
