Con il mese di ottobre 2026, il Vescovado di Verona riapre completamente la sua struttura dopo i lavori per la sicurezza sismica finanziati con il Piano nazionale ripresa resilienza (Pnrr) e altri interventi di recupero artistico.
La storia del palazzo
Il vescovo san Zeno, nel IV secolo, scelse l’area dove oggi sorge la chiesa di Sant’Elena per sua residenza e per edificare la prima basilica paleocristiana di Verona. A muoverlo furono anche precise ragioni urbanistiche, logistiche e storiche: vi era uno spazio ampio (rispetto, per esempio, al densamente popolato foro romano ovvero l’attuale Piazza Erbe) e allo stesso tempo nella zona vi erano fondamenta solide di precedenti lussuose ville private romane e, quindi, anche materiali da costruzione già disponibili come era molto comune all’epoca. Inoltre, l’area si trovava all’interno dell’ansa del fiume Adige, in una posizione d’angolo nord-orientale rispetto al reticolo urbano romano, protetta dalle mura cittadine ma vicina alle vie di comunicazione principali. La prima basilica consacrata da San Zeno risultò presto troppo piccola e, qualche decennio più tardi, si provvide all’edificazione di una basilica più ampia che crollò, verosimilmente nel VII secolo, a causa di un violento incendio o, forse, di un terremoto.
Nei secoli successivi, i Vescovi di Verona trovarono dimora nella vicina zona, ma al di là dell’Adige, di santo Stefano. Fu a partire dalla fine dell’VIII secolo che l’attenzione tornò sull’altro lato del fiume con il definitivo stabilirsi della sede episcopale presso la chiesa di Santa Maria Matricolare intra moenia (edificata leggermente più a sud) e la ricostruzione di Sant’Elena (consacrata nell’813 dal patriarca di Aquileia Andrea), sotto la guida anche dell’arcidiacono Pacifico. Si ritiene che il primo vescovo a trasferire la propria residenza presso il luogo attuale, e ad essere seppellito presso la chiesa di Santa Maria Matricolare, fu Annone (750-780). Probabilmente fu con lui (e certamente dal IX secolo e poi per tutto il Medioevo), che il palazzo vescovile fu denominato “Domus Sancti Zenonis” per grande senso di riverenza verso il santo vescovo che ivi visse. Questo portò alcuni storici a confondersi facendoli pensare piuttosto che il riferimento fosse alla chiesa di San Zeno. Da un punto di vista storico la Domus Sanctis Zenonis è famosa per il soggiorno di papa Lucio III (1184) e per avere ospitato i 21 cardinali protagonisti del Conclave alla sua morte (1185) che elesse Urbano III. Qualche decennio dopo, precisamente nel 1245 la struttura fu scelta per il Congresso degli Imperatori, un rarissimo e importantissimo incontro diplomatico tra l’Imperatore del Sacro Romano Impero, Federico II di Svevia, e l’Imperatore d’Oriente, Baldovino II di Costantinopoli.
Nel corso dei secoli il complesso ha subito ampliamenti, manomissioni, distruzioni e ricostruzioni che lo hanno portato all’attuale armoniosa configurazione. Da più parti, per esempio, è attestato un incendio che, prima dell’806, distrusse l’intera Domus che secondo alcuni per un paio di secoli fu abbandonata. Nel XII secolo, invece, sono attestati diversi lavori e ampiamenti. Importante è stata l’opera innovatrice ed edificatoria dei vescovi Ermolao Barbaro (1453-1471), Giovanni Michiel (1471-1503), Agostino Valier (1565-1606) e Innocenzo Liruti (1807-1827). Più recentemente, il complesso ha beneficiato di un organico intervento di restauro conclusosi nel 2006.
Il Salone dei Vescovi
Tra i tesori della Domus Sanctis Zenonis vi è sicuramente il Salone dei vescovi, fatto costruire nel XV secolo dal vescovo Ermolao Barbaro: coperto da una controsoffittatura lignea a cassettoni, con raccordo a guscia lungo il perimetro attribuita all’intagliatore veneziano quattrocentesco Jacopo Maranzone, vede al centro del soffitto un compasso gotico polilobato in cui è raffigurata la “Vergine con il Bambino”; due ulteriori compassi sono collocati in corrispondenza degli ingressi orientale ed occidentale: il primo con il “Salvador mundi”, il secondo con lo stemma del vescovo Ermolao Barbaro.
La decorazione ad affresco dell’ampio salone fu realizzata nel 1566, per volontà del cardinale Agostino Valier, da Domenico Riccio detto il Brusasorzi, e riproduce una quinta architettonica articolata in due registri che si svolge lungo tutte le pareti: il registro inferiore si configura come un porticato scandito da pilastri dorici composti da paraste scanalate addossate, aperto verso suggestivi paesaggi della campagna veronese, e sovrastato da un loggiato rinascimentale balaustrato, dal quale si affacciano, in una sorta di genealogia episcopale, i centoundici presuli di Verona, da Sant’Euprepio a Sebastiano Pisani I. Tra i Vescovi ritratti, spicca per particolare postura, Mauro che fu vescovo di Verona dal 612 al 622, anno della sua morte. Si era all’inizio di un’epoca di operoso vigore religioso e dove vennero costruite alcune nuove chiese, come attestano i documenti sacri, liturgici, massime quelli conservati nella Biblioteca Capitolare. Dopo alcuni anni di episcopato in città, Mauro si ritirò sulle montagne veronesi dette “delle Saline”, anche pensando che quello fosse il modo giusto di guidare una Chiesa in epoca longobarda. Per sette anni si dedicò alla preghiera, alla penitenza e a opere di pietà. Pur lontano dalla città, si fece conoscere da tutti i veronesi per la sua santità e i suoi miracoli. Nel 622 lasciò le montagne per tornare a Verona ma, durante il viaggio, morì nei pressi del colle San Felice, fuori dalle mura: era il 21 novembre e secondo la tradizione tutte le campane di Verona si sarebbero messe spontaneamente a suonare a festa. Presso il luogo della sua morte sorse una chiesa in suo onore e anche a Saline, nel XIII secolo fu edificato un luogo di culto tra i più belli del territorio scaligero (San Moro). Il nome del vescovo Mauro è presente nel Velo di Classe, nel Ritmo Pipiniano e nella Lapide di Santo Stefano (sec. X), nel Carpsum ( la più antica fonte liturgica veronese, conservato nell’Archivio Capitolare di Verona), nell’antico Lezionario della Cattedrale, nel Martyrologium Romanum, oltre che nel Martirologio della Chiesa veronese che lo presenta come “celebre per l’ammirevole generosità verso i poveri, l’umiltà, la costanza nella preghiera e la mortificazione del corpo”. Viene ricordato, insieme ai santi vescovi veronesi, in un’unica memoria liturgica, il 30 ottobre.
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