Qualcosa di reale è accaduto – Incontro con i referenti e incaricati dei Servizi di Curia

Incontro con i referenti e incaricati dei Servizi di Curia dopo l’Assemblea diocesana
(Lc 2,41-51)
Centro Mons. Carraro (Verona), 13 giugno 2026

Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati ti cercavamo”. È Maria a parlare, con quel tono arrabbiato che ci si può permettere quando l’angoscia si è calmata perché Gesù è stato ritrovato. Maria e Giuseppe non comprendono le motivazioni di Gesù e – ancora una volta – è lei a custodire le cose nel suo cuore. Lo fa perché non vuole semplificare o risolvere, ma tenere aperto un processo. È quello che vogliamo fare noi: tenere aperto un processo. È questo che ci è stato chiesto nell’Assemblea Diocesana del 16 maggio: non di chiudere, ma di aprire; non di arrivare a una conclusione, ma di iniziare insieme un discernimento autentico. Quella giornata è stata, per molti versi, una grazia inattesa. La partecipazione alta, il clima di ascolto reciproco, la qualità delle conversazioni. E dalle verifiche finali è emerso qualcosa di significativo: anche chi era arrivato con scetticismo, anche chi non si aspettava granché, ha trovato un senso inaspettato in quella giornata. Questo non è un dettaglio consolatorio: è un segno. Vuol dire che qualcosa di reale è accaduto, qualcosa che non dipendeva solo dall’organizzazione o dalla buona volontà, ma da un movimento più profondo. Le proposizioni che abbiamo scelto insieme lo mostrano bene: riguardano la cura delle persone fragili, la cura della liturgia, la Parola e i percorsi di iniziazione cristiana; la formazione alla fede adulta; le relazioni tra noi. Non sono temi tecnici. Sono il cuore di ciò che siamo come chiesa. Sono le domande che tornano, che non si lasciano archiviare, che chiedono di essere abitate con serietà. E poi c’è la pace. La pace non è delegata ad alcuni, non è sensibilità o compito di qualcuno. È desiderio e stile che attraversano ogni cosa: il modo in cui lavoriamo, in cui decidiamo, in cui ci trattiamo gli esseri viventi e le cose, in cui accompagniamo le comunità nei loro conflitti. La mozione sulla pace non sta accanto al nostro lavoro: sta sotto, come fondamento trasversale di tutto.

Ora ci aspettiamo concretezza. Ed è giusto aspettarsela. Ma occorre intendersi sulla concretezza. Esiste una concretezza facile. Viene dal fatto che qualcuno decide e molti eseguono. È rapida, misurabile, rassicurante. Dà l’impressione che le cose si muovano. Ma è una concretezza che lascia le persone fuori dal processo. E quella solitudine, alla lunga, logora. Esiste poi una concretezza diversa, difficile. È più lenta. Meno immediata. A volte più faticosa. Ma è quella che dura, perché nasce da un processo che le persone hanno attraversato insieme. Passa per la continuazione di questo ascolto avviato, passa per decisioni che proviamo a prendere insieme, passa per il nostro coraggio di pensare e di fare altrimenti. È questa la concretezza che l’AD ci ha chiesto di praticare. Non ci ha chiesto di essere veloci. Ci ha chiesto di essere rapidi. Come Maria e Giuseppe, siamo rapiti da quello che ci sta a cuore, sopra e prima di tutto, e cioè il Figlio che si è smarrito ai nostri occhi e che dobbiamo ritrovare, seguendo la via dell’essenzialità, della profondità e della reciprocità.

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