Monte Solane in Fumane, mercoledì 3 giugno 2026
L’età negata… oppure l’età ritrovata?
Una rilettura “generativa” del libro-programmatico di padre Silvestrelli Ragazzo cercasi (1964)
Introduzione
Per tantissimo tempo l’adolescenza è stata, di fatto, un’“età negata”. Nei secoli passati non esisteva l’idea di una fase della vita protetta, da dedicare allo studio, alla crescita o alla scoperta di sé stessi. Si passava quasi senza mediazioni dall’infanzia direttamente al mondo dei grandi, con i suoi doveri, i suoi ritmi e le sottomissioni alle fatiche quotidiane (Ariès, 1962).
Oggi le cose sono evolute, ma la sfida rimane apertissima: l’obiettivo attuale è far sì che l’adolescenza diventi pienamente un’«età ritrovata» (Palmonari, 2021). Questo significa smettere di guardare ai ragazzi come ad un problema da gestire, a una ribellione da sedare o a una tempesta da cui ripararsi. Dobbiamo cominciare a metterli al centro, come il focus principale di ogni nostra attenzione educativa, sia a casa, sia a scuola, sia nelle nostre comunità parrocchiali. Come sottolineava già il Patriarca di Venezia, Giovanni Urbani nell’introduzione storica al nostro testo di riferimento, per guidare le nuove generazioni “bisogna quindi trovare la chiave che apra il cuore e lavorare ‘sulla bontà naturale dell’animo giovanile’” (p. 8).
- Il blocco del passato e la realtà di oggi: un mondo da abitare
Perché l’umanità ha impiegato così tanto tempo a capire i ragazzi? In passato la risposta era legata a bisogni materiali e sociali: i figli servivano subito come forza lavoro nei campi o nelle prime fabbriche, e le scelte fondamentali – come il matrimonio o l’ingresso definitivo nel mondo degli adulti – venivano anticipate già a 13 o 14 anni. Solo all’inizio del Novecento la psicologia ha iniziato a studiare questa età come un periodo a sé stante, caratterizzato per sua natura da forti sbalzi emotivi, tensioni e conflitti con il mondo circostante (Hall, 1904).
Oggi, però, la sociologia ci dice qualcosa di più profondo: i ragazzi non stanno semplicemente attraversando una fase di transizione in attesa di diventare grandi. Gli adolescenti costituiscono un vero e proprio mondo a sé, una cultura autonoma con i propri linguaggi, i propri valori e i propri bisogni affettivi (Pietropolli Charmet, 2021). Non sono passeggeri passivi della società: con il loro modo di essere, interrogano e mettono in crisi il nostro mondo adulto, chiedendoci di non rimanere indifferenti ed estranei ai loro vissuti profondi.
- L’intuizione di padre Silvestrelli: un metodo per cambiare
Anche la Chiesa, storicamente, ha vissuto un forte ritardo in questo campo, concentrando spesso le sue energie sui bambini (con il catechismo e la preparazione ai sacramenti) e sugli adulti, lasciando talvolta gli adolescenti in una terra di nessuno, quella che ancora oggi chiamiamo la “crisi dell’abbandono dopo la Cresima”.
Nel corso del tempo ci sono stati grandi pionieri, come san Filippo Neri con l’invenzione dell’oratorio o don Bosco con il suo metodo preventivo basato sulla vicinanza e sull’affetto.
In questo percorso storico si inserisce, come spunto pratico e concreto per avviare un cambiamento profondo, l’intuizione di padre Stefano Igino Silvestrelli e la sua profezia racchiusa nel testo Ragazzo cercasi (Silvestrelli, 1964). Il valore del suo contributo non sta in una celebrazione monumentale o teorica, ma in una metodologia d’azione sul campo molto forte, capace di scuotere la comunità educante. Padre Silvestrelli propone un vero e proprio capovolgimento del metodo: l’adulto deve uscire dalle sue strutture e dalle sue comodità e andare a intercettare i ragazzi per strada e nella vita di tutti i giorni. Nel testo originale del 1964 si legge infatti questo invito concreto:
“andiamoli a cercare, questi Ragazzi, e gettiamo con semplicità evangelica la semente minima, che ‘Deo adiuvante’, a suo tempo darà frutti insospettati” (p. 20).
E aggiunge una serie di esempi quotidiani che valgono come stile e atteggiamento mentale permanente per genitori, insegnanti e sacerdoti:
“Approfittiamo di ogni occasione, dunque: del Garzone che ci porta il pane, del Ragazzo che in negozio ci avvolge la spesa, del Ragazzo che ci insapona la barba… Sostiamo per qualche pretesto al parcheggio della benzina, e lasciamo un saluto, una parola cortese, un invito, un incoraggiamento…” (ibidem).
L’adolescente non va visto come un elemento di disturbo o una minaccia alle nostre regole. Al contrario, va considerato come una persona in una fase unica, aperta e propizia alla ricerca profonda della verità e della propria identità:
“L’Adolescente va considerato come nella seconda nascita della sua vita, quindi in una situazione psichica di favore, assai propizia alla illuminazione spirituale e soprannaturale della Fede; l’Adolescente non ha altra pretesa, d’altronde giustissima, di conoscere genuina la verità” (pp. 35-36).
- I tre pilastri della cura: famiglia, scuola e parrocchia
Se prendiamo sul serio questa spinta al cambiamento indicata da Silvestrelli, l’adolescenza deve essere rimessa al centro dei tre contesti fondamentali in cui i ragazzi crescono, attraverso un impegno concreto degli adulti.
In famiglia: mettere il ragazzo al centro significa passare dall’ansia del controllo ossessivo all’arte dell’ascolto dell’alterità. Spesso i genitori proiettano sui figli i propri desideri o le proprie paure di fallimento; la sfida è invece riconoscere e accettare il figlio per quello che è, anche quando si mostra distante o diverso dalle nostre aspettative (Pietropolli Charmet, 2021).
A scuola: spostare lo sguardo dall’ossessione per il voto, per il programma o per la prestazione perfetta alla comprensione della persona. Gli adolescenti di oggi sono molto fragili e davanti alle difficoltà o alle delusioni tendono a bloccarsi; la scuola deve essere un luogo che accoglie le fragilità e aiuta a ripartire, non uno spazio che alimenta l’ansia da prestazione (Lancini, 2023). In queste situazioni difficili, perfino il micro-contatto e la cura dei piccoli dettagli quotidiani da parte dei docenti o dei genitori possono cambiare le cose, ricordando che: “Non penso sia esagerato dire che a un Adolescente, in certe situazioni difficili, una caramella, un «ciao!», possa giovare più di una lunga predica” (p. 19).
Nelle parrocchie: superare i vecchi schemi dei gruppi standardizzati e degli incontri frontali per investire sulle relazioni personali, sul silenzio e sulla qualità spirituale degli incontri. Come suggeriva Silvestrelli, anche l’ora di catechismo e i cammini formativi devono cambiare radicalmente stile per evitare la distrazione: “Ogni ora di Catechesi, a mio parere, deve svolgersi nel clima del ‘Ritiro Spirituale’: silenzio, raccoglimento, preghiera e riflessione. Solo a queste condizioni il Catechismo sarà di nuovo scoperto, riamato e accettato nella pratica della vita” (p. 22).
- I ragazzi di oggi (Next generation)
La necessità di questo cambiamento di mentalità è urgente se guardiamo a come è cambiata l’adolescenza oggi (la cosiddetta Next generation). Gli esperti parlano di una forte scomposizione di questa età, che si è allungata in due direzioni opposte, modificando i vecchi confini anagrafici.
Inizia prima (l’anticipazione): a causa dell’iperconnessione, dei social media e di modelli di consumo che rispecchiano il mondo dei grandi, i bambini mostrano problematiche, ansie e atteggiamenti tipicamente adolescenziali già a 9 o 10 anni (Lancini, 2020).
Finisce più tardi (il prolungamento): a causa delle difficoltà economiche, della precarietà del lavoro e della fatica psicologica a compiere scelte definitive, si resta nella condizione di “transizione” ben oltre i vent’anni (Lancini, 2023).
In questo scenario così fluido e frammentato, l’idea di andare a “cercare” il ragazzo – usando la logica pastorale di Silvestrelli – non è legata all’età scritta sulla carta d’identità. Diventa una scelta educativa di fondo: proteggere i ragazzi dall’enorme pressione sociale che li costringe a dover sempre “esistere” come profili performanti e vincenti sulle vetrine digitali (Lancini, 2020), offrendo loro spazi e relazioni improntate alla totale gratuità.
- Abitare prima di accompagnare: la verifica per gli adulti
Tutto questo percorso ci porta a una conclusione fondamentale, che rappresenta la vera regola d’oro per ogni genitore, insegnante o educatore: dobbiamo essere capaci di abitare il mondo dell’adolescenza prima di pretendere di poterla accompagnare.
Troppo spesso noi adulti ci avviciniamo ai ragazzi mossi da un’ansia da prestazione: vogliamo spiegare, correggere, dare regole o risolvere subito i loro problemi. Facendo così, però, restiamo fuori dalla loro vita. “Abitare” il loro mondo non significa fare i giovani o usare le loro parole in modo ridicolo (ad esempio oggi Six Seven). Significa dare valore a ciò che provano, rispettare i loro silenzi e le loro fatiche e avere il coraggio di stare dentro le loro incertezze e le loro contraddizioni senza la fretta di dover dare una risposta immediata a tutto.
Per fare questo serve un dono totale di sé, senza calcoli e senza pretese, mettendo in conto anche lo sforzo e lo scarso ritorno immediato, proprio come ricordava il testo storico con queste parole esigenti e chiarissime:
“Prendiamoli come sono, questi cari Giovanetti, così come la natura e la Divina Provvidenza ce li affidano: dedichiamo ad essi tutte le energie naturali e soprannaturali che possiamo avere, senza risparmio, senza indugi e con grande fiducia” (p. 19). “Non saremo, probabilmente, ringraziati da questi figlioli, tanto distratti, ma non conta; purché le loro anime siano salve!” (ibidem).
La verifica interiore per noi adulti oggi è questa: Siamo davvero capaci di stare in questo mondo così fluido e difficile senza sentirci minacciati o spaventati? Se la risposta è sì, se impariamo a essere accoglienti, ospitali e stabilmente presenti, allora fiorirà la reale competenza dell’accompagnamento. Solo se saremo capaci di abitare prima di tutto questo mondo saremo capaci di accompagnare. Solo chi conosce un territorio e lo frequenta con rispetto sa come camminarci dentro e può prendere per mano qualcuno senza rischiare di perdersi.
Conclusioni: cercare e abitare
L’adolescenza non può più essere considerata un’età invisibile della storia o un problema da cui difendersi. Gli spunti metodologici nati dall’esperienza sul campo ci ricordano che educare significa accogliere l’inquietudine dei ragazzi come un’opportunità e non come un pericolo.
Mettere gli adolescenti al centro – a casa, tra i banchi di scuola e nelle nostre comunità – significa fare spazio alle loro domande. Il nostro compito come adulti non è quello di raddrizzare a tutti i costi le loro vite secondo i nostri schemi preconfezionati, ma quello di cercarli e abitare il loro presente per aiutarli a scoprire la bellezza, l’orientamento vocazionale (cf. settimana di orientamento, come la chiamava Silvestrelli) e l’autenticità del loro futuro.
Bibliografia di riferimento
Ariès, P. (1962), Centuries of childhood: A social history of family life, Jonathan Cape.
Hall, G. S. (1904), Adolescence: Its psychology and its relations to physiology, anthropology, sociology, sex, crime, religion and education, D. Appleton & Company.
Lancini, M. (2020), Cosa internet sta facendo ai nostri figli, Raffaello Cortina Editore.
Lancini, M. (2023), Sii te stesso a modo tuo: Essere adolescenti nell’epoca della fragilità adulta, Raffaello Cortina Editore.
Palmonari, A. (A cura di). (2021), Psicologia dell’adolescenza (5a ed.), Il Mulino.
Pietropolli Charmet, G. (2021), L’insostenibile bisogno di ammirazione: ansia e fragilità dei nuovi adolescenti (2a ed.), Laterza.
Silvestrelli, S. I. (1964), Ragazzo cercasi, Servi di Nazareth di S. Massimo (Verona).
