Corpus Domini
Messa in Cattedrale prima della Processione, 7 giugno 2026
Introduzione
La festa del Corpus Domini nasce per celebrare in modo gioioso e solenne il fatto che nell’Eucaristia, cioè nel pane e nel vino che condividiamo come comunità cristiana, il Signore è presente davvero. Talora questo segno così forte rischia di apparire sbiadito perché siamo diventati incapaci di viverne le premesse: pronti a rivendicare più che a benedire, a parlare più che ad ascoltare, chiusi nel nostro piccolo “io” invece di aprirci alla comunità. Oggi vogliamo andare oltre i nostri limiti ed uscire addirittura per le strade a dare testimonianza che la festa della vita è possibile solo insieme a Lui perché solo Lui ci fa uno senza cancellare le differenze.
Omelia
(Dt 8, 2-3.14b-16a; Sl 147; 1 Cor 10, 16-17; Gv 6, 5-58)
“Ricordati… che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”. L’Alzheimer è una malattia che comporta perdita di memoria, disorientamento spaziale, difficoltà nel linguaggio, problemi di pianificazione e incapacità di portare a termini compiti familiari. Ma oltre che malattia è pure una metafora del nostro tempo che dimentica l’essenziale, non sa dove andare, fatica a comunicare e a vivere in armonia. Per questo l’invito del Deuteronomio risuona attuale: “Ricordati” che l’uomo non è solo ciò che mangia (L. Feuerbach). Noi non siamo soltanto bisogno da soddisfare, ma anche desiderio insoddisfatto. L’uomo soddisfatto è depresso. Inquieto invece è l’uomo che non è sazio. I ragazzi obesi sin dalla più tenera età sono un punto interrogativo: cercano cose o desiderano altro? Ecco, dunque, l’Eucaristia che nei segni poveri del pane e del vino smaterializza la fame e la sete per aprirle alla dimensione di Dio. Che vuol dire? Ce lo spiega Gesù.
“Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avrete in voi la vita”. “Mangiatemi” dice letteralmente il Maestro e non senza suscitare reazione e sconcerto. Il verbo usato è addirittura “masticare, mordere, triturare”: tanta crudezza per dire che il rapporto con lui è coinvolgente, reciproco, tale da trasformarci in quel che mangiamo. Come dice S. Agostino che fa dire a Gesù queste parole: “Io sono l’alimento dei forti; cresci e Mi mangerai, non perché mi trasformi in te, ma perché tu ti trasformi in Me” (Confessioni, VII, c. X). Non è un giro di parole, ma una vertigine, una catena di vite, che si nutrono l’uno dell’altra. Ma come accade questo processo che la teologia ha sintetizzato in una parola impronunciabile che è “transustanziazione”?
L’Apostolo Paolo è chiaro: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. Stiamo dicendo che la nostra fame individuale — quel desiderio di vita piena che ciascuno porta — non si salva da sola, ma si incontra con la fame degli altri e diventa comunione. Gesù mangiava spesso a casa di altra gente — così spesso, e con compagnia così poco raccomandabile, che i suoi detrattori lo accusavano di essere «un mangione e un beone», «amico dei pubblicani e dei peccatori». Non lo faceva per provocare. Lo faceva perché la relazione conviviale con i peccatori spiega il senso della sua missione: annunciare e rendere concreto il perdono di Dio. Questo comportamento era percepito come insolente ed anarchico, ma i suoi seguaci l’hanno compreso sin da subito come espressione e conferma del fatto che il Regno di Dio finalmente è giunto con lui. L’apparizione delle prime comunità cristiane che stabiliscono vincoli egualitari e fraterni fra diversi e sconosciuti è una provocazione che arriva fino a noi ogni domenica. A noi sta di continuare il suo gesto in memoria di Lui per ritrovare della vita il sapore.
