Giovedì 28 maggio

Superare la teoria della “guerra giusta”

Chiamata alla pace per ripudiare la guerra

Sagrato della Cattedrale di Verona, giovedì 28 maggio 2026
Chiamata alla pace per ripudiare la guerra

La fiaccolata per la pace è un gesto simbolico, senza pretese. Chiede però un atto di coraggio. Dopo il 1945 sembrava essersi realizzata in Europa l’aspirazione condivisa alla pace. Ma le guerre nei Balcani, l’invasione russa in Ucraina e l’esplosione del conflitto nella striscia di Gaza hanno riabilitato la guerra come strumento di risoluzione delle controversie e contributo alla militarizzazione dell’opinione pubblica e alla corsa al riarmo. La guerra appare sempre più come destino inevitabile. Come scrive papa Leone nella recente enciclica Magnifica Humanitas: “Alla base della guerra c’è una ‘cultura della potenza’ che normalizza la guerra e la riabilita come ‘strumento di politica internazionale’, favorendo il riarmo”.

Il Papa non manca, peraltro, di deplorare la crescita dell’industria bellica, la corsa agli armamenti nucleari, l’emergere di nuovi attori armati che mirano a perpetuare i conflitti come fonte di potere e di rendita. Netto, poi, il monito contro l’uso di armi legate all’IA perché “non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. L’uso dell’IA negli scenari di guerra, come le armi a guida autonoma, rischia di assolvere e de-responsabilizzare il carnefice, e ci abitua all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. Oggi – prosegue l’enciclica – si combattono guerre “ibride” che coinvolgono il terreno economico, finanziario, informatico, sfruttando la disinformazione e la paura per influenzare l’opinione pubblica e presentare l’aumento delle spese militari come “unica risposta” a un futuro incerto. Ma tutto questo è solo un “falso realismo”, una irresponsabile Realpolitik che semina nelle coscienze e nelle culture la rassegnazione a una guerra ineluttabile e qualifica la pace come un’utopia.

Accade così che la pace non è intesa più come un compito da assumere, ma come un “intervallo” precario tra i conflitti. Per questo Leone XIV ribadisce che – fermo restando il diritto alla legittima difesa nel senso più stretto – occorre superare la teoria della “guerra giusta”, promuovendo piuttosto il dialogo, la diplomazia e il perdono. Da ultimo, l’enciclica invita ad un serio “dialogo tra le religioni”, portatore di un messaggio di pace. “Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto – è il monito di Leone XIV –: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa” (223).

Il vero coraggio è quello di chi sceglie la pace e si impegna per farne oggi e per il futuro l’obiettivo della politica, l’aspirazione dei popoli, il fine della storia. Nelle stagioni più cupe si debbono e possono trovare delle luci: infatti, “se ognuno fa qualcosa, si può fare molto” (Pino Puglisi).

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