Giovedì 14 maggio

La speranza abita nel presente

Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico di Verona

Sala Maffeiana del Teatro Filarmonico di Verona, giovedì 14 maggio 2026
Speranza e Futuro – La relazione che cura

Questa sera siamo qui per qualcosa di concreto: un laser che aiuterà piccoli malati a sopportare il dolore della mucosite. Uno strumento. Una macchina. Trentacinquemila euro raccolti e donati.

Eppure, guardando quello che è accaduto – il Lions Club Re Teodorico che ha visto un bisogno, la BCC di Roma che ha scelto di rispondergli, il reparto di Oncoematologia Pediatrica che accoglierà questo dono – mi viene da pensare che questa sera non stiamo celebrando uno strumento. Stiamo celebrando una rete di legami, stiamo celebrando ciò che una relazione autentica sa fare: trasformare l’attenzione in presenza, l’impegno in cambiamento, la generosità in cura.

La parola “speranza” nel titolo di questo evento non è ornamentale. È la parola più difficile che esista in un reparto di oncologia pediatrica. Perché lì la speranza non può essere né illusione né retorica: deve essere solida, deve avere forma, deve potersi toccare.

Dai piccoli malati – e da chi li cura ogni giorno – si impara qualcosa di fondamentale: la speranza non abita nel futuro lontano. Abita nel presente. In quel pomeriggio in cui il dolore è un po’ meno. In quel momento in cui si riesce a giocare. In quella mattina in cui una famiglia si sente meno sola. La speranza è sempre incarnata. Ha sempre un indirizzo preciso.

Ecco perché quello che questa sera celebriamo non è innanzitutto un modello organizzativo virtuoso – pur essendolo. È qualcosa che merita di essere chiamato con un nome più vero: un atto di responsabilità verso chi è fragile. I diversi soggetti che hanno portato a questo generano e testimoniano una comunità lontana geograficamente ma vicina nel senso che conta: quello della cura condivisa.

Non è solidarietà dei buoni sentimenti, quelli che ci commuovono per un istante ma poi si allentano e si disperdono presto, riportandoci alla fretta della vita quotidiana. È quella solidarietà che si accende per un bisogno reale e che si mantiene viva e insistente finché non attiva il bene necessario. È la solidarietà che non si ferma finché non costruisce una rete solida, capace di attirare risorse e di portarle dove servono.

Alle bambine e ai bambini che saranno curati con questo strumento – anche se non sono qui stasera, anche se non sapranno mai di questa sala e di questi discorsi – vorrei dire una cosa sola: qualcuno ha pensato a voi. Qualcuno ha fatto qualcosa perché il vostro dolore si spenga. Questo, a mio avviso, è il nome più vero che possiamo dare alla parola “comunità”, ed è uno dei volti più riconoscibili di ciò che chiamiamo speranza.

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