Mercoledì della VI di Pasqua (Esequie di don Giovanni Zocca)
(At 17,15.22–18,1; Sal 148; Gv 16,12-15)
Caselle di Nogara, mercoledì 13 maggio 2026
“Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto”. Così il libro degli Atti chiude l’apparente insuccesso di Paolo all’Areopago di Atene. Da questo fallimento plateale Paolo imparerà non poco e noi con lui. Quando, infatti, questi giunge all’Areopago, comincia a lodare gli ateniesi per la loro spiccata religiosità e interpreta perfino l’altare dedicato al dio ignoto non come una forma di idolatria, ma come un segno dell’autenticità dei sentimenti religiosi degli ateniesi. Quindi concentra la sua attenzione sul desiderio di Dio che vede inscritto perfino dentro la poesia dei Greci e commenta che tutti cercano Dio e Dio non è lontano da alcuno perché “in lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (17,28). Poi però viene letteralmente sbeffeggiato non appena accenna al fatto che Dio ha dato di Cristo una prova sicura col “risuscitarlo dai morti”. Gli ateniesi a quel punto replicano svelti: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”. Per i Greci, infatti, l’aldilà non esiste. Punto. Per questo l’uomo è chiamato semplicemente ‘mortale’.
Don Giovanni è stato un uomo e un pastore che la speranza nella resurrezione l’ha vissuta nel concreto più che affermarla a parole. Lo si ricava dalla sua vita: persona dal carattere forte, deciso, con spiccata attitudine al comando; con il rischio talvolta di apparire duro; non temeva lo scontro, se necessario. Categorico nei suoi pensieri e nelle sue decisioni. Ma anche uomo concreto, con forte spirito imprenditoriale. Ha fatto un sacco di lavori nelle parrocchie in cui ha prestato servizio. Molto attento alla necessità della parrocchia e capace di sollecitare vivamente l’intervento dei parrocchiani per garantirne le risorse economiche. Un pastore con l’odore delle pecore perché conosceva una ad una le famiglie di Campalano e Caselle ed era loro vicino soprattutto quando vivevano momenti di difficoltà, dolore, lutto, malattia. Era da ultimo molto sensibile verso le missioni che ha spesso visitato. Soltanto due anni fa, dopo essere stato male un paio di volte, ha accettato inizialmente di fare il diurno qui in Casa di riposo a Nogara. Per sei mesi don Andrea e don Daniele lo andavano a prendere alla sera. Dopo l’ennesimo episodio di mancamento, ha accettato di rimanere in Casa di riposo. Andavano a prenderlo per la Messa domenicale e per il pranzo della domenica. A lui piaceva molto stare con la gente. Infine, ha manifestato il desiderio di andare a Negrar in Casa del clero. La malattia gli ha dato occasione di smussare alcune rigidità del suo carattere. Ma è stato soprattutto l’incontro con Gesù Cristo che gli ha donato la liberante speranza di non morire. Come nella poesia che segue: “Restami accanto / quando il cuore / domanderà confidando / se nell’attimo bianco / della fine del pianto / tu gli sarai fratello / se il manto / sereno del tuo nome, l’avvolgerà / nell’ultimo tremore / del suo inverno. Guidami nel profondo / ché a dir l’ultima sillaba /non sia Satana / e non mi sfilacci la mente / non mi costringa / a rimpiangere / il sole polveroso della vita” (E. Fabiani, L’ordinotte, Milano, 1978, p. 67).
